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lunedì 17 gennaio 2011

Lo stress è donna

" Fare l’insegnante stressa, soprattutto se si è donna
A rischiare di ammalarsi di più sono le ultra cinquantenni, secondo uno studio di Vittorio Lodolo D’Oria, uno dei massimi studiosi di rischi alla salute dei docenti, medico ematologo, autore di diversi studi sul bornout e tra i massimi studiosi di patologie psichiatriche e di prevenzione di rischi alla salute degli insegnanti.
Il medico ha raccolto i pareri, tramite questionari, di 5.264 incontrati negli ultimi due anni durante oltre 50 seminari svolti in 13 regioni.
Dei 5264 interpellati, il 73% ha ammesso di sentire il ‘peso’ della cattedra, anche per la difficile gestione di genitori e colleghi. La bassa autostima si rivela nella convinzione di non poter incidere sull'educazione.
Questa indagine sui docenti ha dato un responso in antitesi rispetto a quello stereotipato dei lavoratori fortunati e con tre mesi di ferie l’anno.
Il 73% dei docenti interpellati si sente stressato per motivi propriamente lavorativi: Lodolo D’Oria ha constatato che a causare questo malessere sono, nell’ordine, gli studenti -26%-; i loro genitori -20%-; i colleghi -20%-; il dirigente scolastico -2%-. Quasi un terzo del campione , il 28% del totale, dichiara di aver avuto a che fare col mobbing; il 22% ritiene di averlo subito in passato; il 5% crede di essere stato verosimilmente “mobbizzato”; l’1% si considera attualmente vittima di mobbing.
Si tratta di percentuali importanti: se infatti si allargassero ai grandi numeri del personale che opera in Italia, oltre 800.000 insegnanti, ne coinvolgerebbe almeno mezzo milione. Considerando che il personale insegnante della scuola italiana è di gran lunga composto da donne -oltre l’80%, con la punta massima all’infanzia dove il sesso maschile è composto solo dallo 0,5% di maestri, la cui età media è attorno ai 50 anni, il medico desume che tra le docenti i rischi di incorrere in malattie depressive o neoplastiche -in particolare il tumore mammario- sia molto più alto rispetto ad altri generi di professioni. Tanto che, secondo Lodolo D’Oria, il Governo italiano farebbe bene a ritornare sui proprio passi a proposito della decisione di equiparare a 65 anni, dal gennaio 2012, l’età di accesso alla pensione di vecchiaia delle donne a quella degli uomini.
Ma i primi a non rendersi conto dei rischi sarebbero proprio i diretti interessati. "Se nello studio il 56% dei docenti riconosceva che la menopausa accresce la predisposizione della donna alla depressione, solo il 41% conosce l’entità del rischio che quintuplica rispetto all’età fertile. E dall’indagine risulta che solo il 60% delle donne in età esegue regolarmente gli screening oncologici".
Ad aggravare la situazione vi è anche il cambio dei rapporti sociali. Mentre, infatti, una volta la famiglia faceva da ‘cuscinetto’ per compensare le tensioni accumulate al lavoro, oggi questa funzione non è più ottemperata allo stesso modo: " la famiglia, quale punto di riferimento per la società e per lo stesso insegnante, diviene sempre più debole: se ne formano di meno, con pochi figli e sempre più instabili. Anche questa circostanza concorre verosimilmente a indurre un atteggiamento fortemente improntato all’ansia in oltre metà dei docenti".
La famiglia, quella dei propri studenti, diventa però determinante nel vanificare il proprio lavoro: sempre dallo studio risulta, infatti, che per gli stessi prof intervistati la scuola è all’ultimo posto come fattore incidente sull’educazione e la personalità dei giovani. Hanno decisamente più appeal i genitori -84%-. Seguono, a debita distanza, le influenze delle tecnologie -12%- e delle amicizie -3%-. Solo all’ultimo posto la scuola -1%-. "Se la graduatoria risulta lusinghiera per la famiglia, che invero attraversa tempi difficili, è deprimente per la scuola, ove gli stessi docenti si considerano scavalcati, come impatto e forza educativa nei confronti dei giovani, relegandosi all’ultimo posto in graduatoria. Interpretato come livello di autostima del corpo docente, il dato percentuale osservato non può essere certamente definito incoraggiante". (articolo de La tecnica della scuola riassunto da erica )

martedì 11 gennaio 2011

Bullismo digitale

" Il bullismo digitale? Una pericolosa tendenza, ‘figlia’ delle nuove tecnologie, di cui devono stare attente soprattutto le ragazze. Se due adolescenti su tre ne sono ormai vittime, tra queste le ragazze risultano essere il doppio dei ragazzi. A sostenerlo sono due sondaggi norvegesi condotti negli ultimi anni dall’istituto ‘TNS Gallup’, che si occupa di ricerche di mercato, e dalla compagnia telefonica Telenor.
In cosa consiste il bullismo digitale? Nella maggiora parte di casi si traduce in foto e testi pubblicati senza il proprio permesso, spesso anche in sms vessatori. Non tutti i tipi di bullismo digitale sono però uguali. "Quando si parla di cyber-bullismo – ha detto il ricercatore Tove Flack del Centro di Ricerca Comportamentale dell'Università di Stavanger, specializzato in bullismo digitale - è importante distinguere tra coloro che vengono vessati spesso e coloro che sperimentano le molestie solo occasionalmente".
Non solo. Per molte giovani ‘vittime’ il cyber-bullismo è solo uno dei molti modi in cui vengono molestate: a scuola vengono emarginati o insultati e quando tornano a casa ricevono vessazioni sul telefono cellulare e sul pc. “E questo – ha detto l’esperto in materia - può significare che non si sentono mai protetti ".
Fondamentale diventa, quindi, il comportamento dei genitori. Una convinzione sostenuta anche per dagli addetti ai lavori: "I genitori possono fare molto per essere presenti – ha spiegato Arne Olav Nygard, che ha partecipato alla ricerca -. Un modo potrebbe essere quello di mettere il computer in una stanza al centro della casa, e devono insegnare ai bambini a usare nome e cognome per le interazioni in rete. Possono fare amicizia con i propri figli su Facebook. E, soprattutto, devono imparare la logica del mondo digitale: in questo modo sarà difficile per i ragazzi avere una vita digitale segreta". Quelli che non ce la fanno da soli, ad avere un minimo di dimestichezza con computer ed internet, possono sempre chiedere aiuto alla scuola. "
Ho trovato questo articolo molto interessante. Da anni si parla di bullismo e negli ultimi anni si è evidenziato un fenomeno molto preoccupante anche a livello di bullismo al femminile, cioò di ragazze bulle che fanno altrettanti danni dei loro compagni maschi, nella scuola ma anche altrove. Nella ricerca svolta in Norvegia invece viene messo in evidenza il fenomeno del bullismo in internet e sui cellulari di cui sono vittime in prevalenza le ragazze
Sarebbe molto importante che simili sondaggi fossero fatti anche qui da noi per conoscere i livelli di cyber bullismo nella nostra società e in quali fasce di età è più " di moda" !!!

mercoledì 2 giugno 2010

Burn-out, insegnanti e scuola

" Il termine burn-out  ha fatto la sua prima apparizione nel gergo del mondo dello sport nel 1930 per indicare l'incapacità di un atleta, dopo alcuni successi, ad ottenere ulteriori risultati e/o mantenere quelli acquisiti.Lo stesso termine è stato riproposto in ambito socio-sanitario per la prima volta nel 1975 dalla psichiatra americana C. Maslach la quale, nel corso di un convegno, utilizzò questo termine per definire una sindrome i cui sintomi testimoniano l'evenienza di una patologia comportamentale a carico di tutte le professioni ad elevata  implicazione relazionale.  E' dunque stato riconosciuto come disturbo non della personalità ma del ruolo lavorativo.
Il burnout degli insegnanti è un argomento internazionale da almeno vent’anni, come hanno dimostrato gli studi condotti negli Stati Uniti, in Gran Bretagna, Israele, Australia, Canada, Norvegia, Malta, Barbados ed Hong Kong. Sul tema sono stati anche condotti studi comparativi tra sistemi scolastici di differenti paesi come Italia e Francia, Scozia e Australia, Giordania ed Emirati Arabi, Stati Uniti e Gran Bretagna, Nuova Zelanda e Australia. La questione si estende anche agli aspetti socio-economici perché  influisce su costi, produttività ed efficienza del sistema scolastico.
  Il particolare rilievo sociale del problema coinvolge  in Italia quasi un milione d’insegnanti, per l’alto rischio professionale di sviluppare una patologia psichiatrica rispetto ad altre categorie di lavoratori; più di otto milioni di studenti con le rispettive famiglie, a rischio di fruire di un servizio inefficiente per assenze e demotivazione del personale docente; le istituzioni che si trovano ad affrontare le conseguenze socio-economiche date da un sistema scolastico inefficiente  per la demotivazione e l’assenteismo della classe docente , un aumento dei costi  per supplenze, giorni di malattia da retribuire, pensioni d’inabilità, equo indennizzo, assistenza sanitaria, risultati educativi e culturali insoddisfacenti; le parti sociali che hanno come mandato fondamentale quello di tutelare i diritti dei lavoratori; le associazioni di categoria degli insegnanti, degli studenti, delle famiglie chiamate a tutelare i rispettivi diritti e interessi.
  La sindrome del burn-out  è caratterizzata da affaticamento fisico ed emotivo e collasso delle energie psichiche con alta resistenza ad andare al lavoro ogni giorno, demoralizzazione, difficoltà di concentrazione,   preoccupazioni  eccessive o immotivate; sensazione di inadeguatezza,   incapacità di gestire il tempo in modo efficace e produttivo, con conseguente continua insoddisfazione per come lo si è utilizzato, indipendentemente dagli esiti raggiunti; rigidità di pensiero e resistenza al cambiamento; atteggiamento distaccato e apatico nei rapporti interpersonali, rigidità nell'imporre o applicare norme e regole, atteggiamento colpevolizzante  e critico nei confronti dei colleghi ; senso di frustrazione o di fallimento  per mancata realizzazione delle proprie aspettative, pessimismo e caduta dell'autostima.
Gli insegnanti che soffrono di burn-out non si sentono più realizzati sul lavoro e cominciano a svalutarsi sia sul piano professionale, sia, successivamente, su quello personale e, nonostante si sforzino, non riescono a frenare questo crollo della fiducia nelle proprie capacità e risorse; i nuovi impegni  sembrano loro insostenibili ed hanno la sensazione di non essere “all'altezza” dei problemi nel lavoro e nel privato. Hanno la sensazione che il lavoro li “invada”; non riescono a “staccare” mentalmente; il pensiero degli alunni o i problemi con i colleghi gli creano sempre più malessere, anche oltre l'orario di lavoro.
I sintomi del burn-out comprendono alcuni o molti tra i seguenti comportamenti : assenteismo; progressivo ritiro dalla realtà lavorativa -“disinvestimento”-: presenziare alle riunioni senza intervenire, senza alcuna partecipazione emotiva, e solo per lo stretto necessario; difficoltà a scherzare sul lavoro, talvolta anche solo a sorridere; ricorso a misure di controllo o allontanamento nei confronti degli altri ; perdita dell'autocontrollo; tabagismo e assunzione di sostanze psicoattive: alcool, psicofarmaci, stupefacenti ; disfunzioni gastrointestinali: gastrite, ulcera, colite, stitichezza, diarrea; astenia, cefalea, emicrania;  malattie della pelle: dermatite, eczema, acne, afte, orzaiolo; allergie e asma; insonnia e altri disturbi del sonno; disturbi dell'appetito; disturbi cardiovascolari, difficoltà sessuali
Sin dalla prima metà degli anni 80 la sindrome del burnout negli insegnanti è stata oggetto di particolare attenzione da parte di molti autori che più recentemente hanno descritto anche una quarta caratteristica rappresentata da smarrimento, cioè dalla perdita della capacità del controllo e del senso critico che consente di attribuire all’esperienza lavorativa la giusta dimensione .  La professione finisce per assumere un’importanza smisurata nell’ambito della vita di relazione e l’individuo non riesce a "staccare" mentalmente tendendo a lasciarsi andare anche a reazioni emotive, impulsive o violente. La categoria degli insegnanti è soggetta a una frequenza di patologie psichiatriche, indipendentemente da fattori quali il sesso e l’età, pari a due volte quella della categoria degli impiegati, due volte e mezzo quella del personale sanitario e tre volte quella degli operatori. Pur non essendo a tuttoggi contemplata nel DSM-IV (classificazione internazionale delle patologie psichiatriche)  la sindrome del burnout, quando trascurata, può trasformarsi in patologia psichiatrica.
La categoria degli insegnanti è sottoposta a numerosi stress di tipo professionale. La loro natura, sia in generale che con specifico riferimento allo scenario scolastico italiano, può essere ricondotta ad alcuni fattori riguardanti  la peculiarità della professione, in particolare una insufficiente maturazione emotiva, la tendenza all'eccessivo coinvolgimento nelle problematiche altrui, il rapporto con studenti e genitori, le classi numerose, la difficoltà di affrontare un mondo giovanile sempre più complesso e difficile, le situazione di precariato, la conflittualità tra colleghi, la costante necessità di aggiornamento;  la trasformazione della società verso uno stile di vita sempre più multietnico e multiculturale, con la crescita del numero di studenti extracomunitari;  il continuo evolversi della percezione dei valori sociali, come l'inserimento di alunni disabili nelle classi, la delega educativa da parte della famiglia a fronte dell’assenza di genitori-lavoratori o di famiglie monoparentali,  l’evoluzione scientifica, con internet e l'informatica;  il susseguirsi continuo di riforme, soprattutto l'autonomia scolastica, l'innalzamento della scuola dell’obbligo, l'ingresso nel mondo della scuola anticipato all’età di cinque anni e mezzo; la maggior partecipazione degli studenti alle decisioni e conseguente livellamento dei ruoli con i docenti; il passaggio critico dall’individualismo al lavoro in èquipe; l’inadeguato ruolo istituzionale attribuito/riconosciuto alla professione, con retribuzione insoddisfacente, scarsa considerazione da parte dell’opinione pubblica...
Vi sono reazioni individuali al burnout da evitare o da assumere . I singoli insegnanti  infatti adottano   reazioni di adattamento (coping strategies) differenti  per far fronte al burnout, nel tentativo di reagire a una situazione che, se non affrontata per tempo e adeguatamente, può degenerare in malattia psico-fisica. Le coping strategies possono essere azioni dirette, che mirano ad affrontare positivamente la situazione,  azioni  diversive, che sono tese a schivare l’evento e in cui si assume un atteggiamento apatico, impersonale, distaccato nei confronti di terzi, di fuga o di abbandono dell’attività, per sottrarsi alla situazione stressogena, ed azioni  palliative,  incentrate sul ricorso a sostanze come caffè, fumo, alcool, farmaci.
 Per evitare il burn-out gli insegnanti  dovrebbero  evidenziare gli aspetti positivi del lavoro e non concentrarsi solo su quelli negativi; provare sempre ad ascoltarsi, a guardarsi dentro, a recuperare dentro di sé la propria motivazione e la propria capacità di alimentare desideri; coltivare interessi al di fuori dal lavoro per distrarsi e non focalizzare l’attenzione esclusivamente sui problemi professionali;  mantenersi in buona salute, fare esercizio fisico, dormire adeguatamente, mangiare in modo sano e gestire al meglio il proprio tempo; lavorare in compagnia di altre persone per non sentirsi soli e condividere lo stress e per gratificarsi; pianificare ogni giorno in modo che le attività gratificanti e quelle non gratificanti siano alternate.
 Trattandosi però di un problema psichico con fattori storico-socio-culturali che  interessa la collettività, sarebbe necessario e fondamentale un costruttivo dibattito  tra gli attori istituzionali coinvolti   che  contemplasse anche e soprattutto  la rivisitazione/rivalutazione del ruolo istituzionale dell’insegnante nella società contemporanea, sfatandone al contempo gli stereotipi negativi, ben radicati nell’opinione pubblica, in primis  la mistica del suo "missionariato" o, al contrario,  la   scarsa motivazione o l'incompetenza o il   numero eccessivo di giorni di vacanza estivi, natalizi e pasquali !!!, ma anche le sue retribuzioni e la carriera ed un più ampio potere con maggiore libertà . Dovrebbero dunque  fare la loro parte anche le organizzazioni sindacali, le associazioni di categoria e le rappresentanze di studenti e famiglie
Garantire un clima  gratificante per l'insegnante significa gestire il suo carico emotivo personale a favore della promozione del benessere psicofisico e prevenire problematiche relative allo stress lavorativo. E' fondamentale infatti la prevenzione di una sindrome da   burn-out, che rappresenta senz'altro la patologia di un'organizzazione lavorativa  “ disorganizzata”, di una reazione di difesa alla tensione emotiva cronica creata dal contatto continuo con altri esseri umani, in particolare quando essi hanno dei problemi o motivi di sofferenza, con conseguenti ripercussioni negative sia sulla salute dell' insegnante sia sulla qualità dei servizi stessi forniti alla collettività degli utenti.  "
" In Francia, dopo gli   allarmanti dati sui suicidi tra i docenti, il governo è corso ai ripari affiancando uno psichiatra di supporto ogni 300 insegnanti. "In Italia , come ha dichiarato Vittorio Lodolo Doria, medico e responsabile dell'area Studio e tutela del benessere psicofisico degli operatori scolastici della fondazione Iard - nessuno si preoccupa di un fenomeno che è soggetto ad un rapido aumento !".
( i dati di questo post sono stati trovati in Internet e riassunti da ericablogger

Il burn -out

" Il burn-out  può  essere inteso come una strategia particolare adottata dagli operatori per contrastare la condizione di stress lavorativo determinata da uno squilibrio tra richieste o esigenze lavorative e risorse disponibili, ma va inteso anche come un processo multifattoriale che riguarda sia i soggetti che la sfera organizzativa e sociale nella quale operano.
Il concetto di burn-out , letteralmente essere bruciati, esauriti, scoppiati, è stato introdotto per indicare una serie di fenomeni di affaticamento, logoramento e improduttività lavorativa registrati nei lavoratori inseriti in attività professionali a carattere sociale. Questa sindrome è stata osservata per la prima volta negli Stati Uniti in persone che svolgevano diverse professioni d’aiuto: infermieri, medici, insegnanti, assistenti sociali, poliziotti, operatori di ospedali psichiatrici, operatori per l’infanzia.
Attualmente non esiste una definizione universalmente condivisa del termine burn-out.
 Freudenberger è stato il primo studioso a usare il termine “burn-out” per indicare un complesso di sintomi, quali logoramento, esaurimento e depressione riscontrati in operatori sociali americani. Successivamente Cherniss con “burn-out syndrome” definiva la risposta individuale ad una situazione lavorativa percepita come stressante e nella quale l’individuo non dispone di risorse e di strategie comportamentali o cognitive adeguate a fronteggiarla. Secondo Maslach, il burn-out è un insieme di manifestazioni psicologiche e comportamentali che può insorgere in operatori che lavorano a contatto con la gente e che possono essere raggruppate in tre componenti:  esaurimento emotivo, depersonalizzazione e ridotta realizzazione personale.
L’esaurimento emotivo consiste nel sentimento di essere emotivamente svuotato e annullato dal proprio lavoro, per effetto di un inaridimento emotivo del rapporto con gli altri. La depersonalizzazione si presenta come un atteggiamento di allontanamento e di rifiuto, con risposte comportamentali negative e sgarbate, nei confronti di coloro che richiedono o ricevono la prestazione professionale, il servizio o la cura. La ridotta realizzazione personale riguarda la percezione della propria inadeguatezza al lavoro, la caduta dell'’autostima ed il sentimento di insuccesso nel proprio lavoro.
Il soggetto colpito da burn-out manifesta sintomi aspecifici come irrequietezza, senso di stanchezza ed esaurimento, apatia, nervosismo, insonnia, sintomi somatici come  tachicardia, cefalee, nausea ..., sintomi psicologici come depressione, bassa stima di sé, senso di colpa, sensazione di fallimento, rabbia e risentimento, alta resistenza ad andare al lavoro ogni giorno, indifferenza, negativismo, isolamento, sensazione di immobilismo, sospetto e paranoia, rigidità di pensiero e resistenza al cambiamento, difficoltà nelle relazioni con gli utenti, cinismo, atteggiamento colpevolizzante nei confronti degli utenti .
 Tale situazione di disagio molto spesso induce il soggetto ad abuso di alcool o di farmaci.
Gli effetti negativi del burnout non coinvolgono solo il singolo lavoratore ma anche l’utenza, a cui viene offerto un servizio inadeguato ed un trattamento meno umano.
A determinare il burn concorrono  variabili individuali, fattori socio-ambientali e lavorativi. Per l’insorgenza del burnout possono avere importanza fattori socio-organizzativi quali le aspettative connesse al ruolo, le relazioni interpersonali, le caratteristiche dell’ambiente di lavoro, l’organizzazione stessa del lavoro. Inoltre sono state studiate le relazioni tra variabili anagrafiche - sesso, età, stato civile - e insorgenza del burn-out. Tra queste l’età è quella che ha dato luogo a maggiori discussioni tra i diversi autori che si sono occupati dell’argomento. Alcuni sostengono che l’età avanzata costituisca uno dei principali fattori di rischio di burn-out mentre altri ritiene invece che i sintomi di burnout sono più frequenti nei giovani, le cui aspettative sono deluse e stroncate dalla rigidezza delle organizzazioni lavorative. I risultati sembrano quindi indicare una polarizzazione tra “specialità a più alto burn-out”, dove spesso ci si occupa di pazienti cronici, incurabili o morenti, e “specialità a più basso burn-out”, ove i malati hanno prognosi più favorevole."
Idati sul burn out sono stati trovati in  Internet  e riassunti da ericablogger 

Scuola di follia

Anche quest'anno la fine della scuola è stata molto stancante, con le ultime verifiche da correggere tutte assieme, le relazioni di molte classi da preparare, i prescrutini e gli scrutini  che decidono della promozione di tanti ragazzi,  troppo ore passate a scuola senza altro tempo per dedicarsi a se stessi ed alla propria vita privata... Alcune settimane di stress sicuramente,  che si  affrontano  con calma e serenità  se non si  hanno alle spalle precedenti periodi di forti tensioni, di depressioni o di burn out, che già hanno intaccato la resistenza fisica e psichica dell'insegnante
Recentemente, proprio mentre cercavo in internet maggiori dati sul burn out, ho trovato la recensione di un libro decisamente interessante, che cercherò di acquistare al più presto  perchè tratta di un argomento poco conosciuto e sottovalutato che si sta purtroppo diffondendo sempre più nella scuola italiana:
" Scuola di follia " Curatore Lodolo D'Oria V. ,2005, 288 p.  € 24,00  Editore Armando Editore (collana Scaffale aperto/Psicologia)

Ecco una parte della recensione del libro di Lodolo D'Oria, di cui segnalo l'attività di prevenzione/formazione da lui svolta : "   Sull’autorevole rivista scientifica de La Medicina del Lavoro (N. 5/2004), è stato di recente pubblicato il primo studio che riconosce agli insegnanti il maggior rischio professionale di sviluppare vere e proprie malattie psichiatriche. Cosa succede quando la follia sale in cattedra e il docente stremato dà i numeri? A raccontarlo è  il medico  Lodolo D’Oria  che, con l’intento di dare voce ad una scuola sofferente, ha raccolto storie di disagio mentale nel volume Scuola di Follia. Tutte le vicende narrate presentano inquietanti analogie: l’ambiente scolastico diviene invivibile; i piccoli alunni appaiono terrorizzati; gli studenti si ribellano; i genitori cambiano scuola ai figli; i docenti confliggono tra loro; gli spaesati dirigenti scolastici dapprima ricorrono alle sanzioni disciplinari, poi s’improvvisano psichiatri, infine scaricano il malcapitato ad un ignaro collega-dirigente di altro istituto, dove il disagio si manifesterà ovviamente ingigantito, fino a rendere talvolta necessario l’intervento della Forza Pubblica. Il medico milanese documenta lo scottante fenomeno del disagio mentale dei docenti – esploso soprattutto dopo la riforma delle baby pensioni del ’92 – ricorrendo ai trenta casi clinici osservati in Commissione Medica per l’Inabilità al Lavoro. Una questione che – sottolinea l’autore – è ostinatamente rigettata da un’opinione pubblica imbevuta di nefasti stereotipi sugli insegnanti, è per lo più sconosciuta agli stessi operatori scolastici, infine viene completamente ignorata dal mondo medico-scientifico che, non studiandola, non sa come trattarla e prevenirla. Il libro-dossier propone soluzioni e affronta anche l’atteggiamento schivo e talvolta sorprendente di istituzioni e sindacati che, nell’attuale fase di riforma scolastica e previdenziale, sembrano ignorare il fenomeno."

giovedì 20 maggio 2010

Corsi di Formazione RLS

E' terminato oggi, all'Istituto Cobianchi di Verbania Intra, il corso di formazione di 32 ore per RLS, i rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza
Per oltre due mesi, una volta alla settimana, in giorni differenti, sono partita da casa ma, invece di fermarmi ad Omegna ed andare a scuola, ho continuato il viaggio in autobus fino a Intra, dove ho seguito 4 ore di lezioni formative sulla funzione di RLS
E' stato "faticoso" rinunciare alle lezioni in classe con i miei alunni ma ho seguito con notevole interesse ciò che ci è stato presentato ed insegnato da un docente esperto del Cobianchi, da esperti arrivati dall' ITIS Avogadro di Torino, da due funzionari degli organi di vigilanza, prevenzione e   sicurezza del VCO (S.Pre.S.A.L)  e da una rappresentante sindacale.
Oggi abbiamo terminato le lezioni teoriche e abbiamo fatto un esame finale, di cui ci verranno dati in seguito gli esiti
Ma chi è esattamente un RLS ?
Il Rappresentante dei Lavoratori per la Sicurezza è stato previsto inizialmente dall’art.18 del D.Lgs.626/94. ed in seguito dal Testo Unico 81/04 ed è una “persona eletta o designata per rappresentare i lavoratori per quanto concerne gli aspetti della salute e della sicurezza durante il lavoro”.
Un compito non facile ma utile per tutti coloro che fanno parte di un'azienda, di un luogo lavorativo di altro tipo  o, come nel nostro caso, di una scuola
L' RLS deve infatti poter accedere ai luoghi di lavoro, essere consultato preventivamente e tempestivamente dal datore di lavoro in ordine alla valutazione dei rischi, essere consultato in merito all’organizzazione della formazione dei lavoratori circa la sicurezza e la salute sul lavoro, formulare osservazioni in occasione di visite e verifiche effettuate dalle autorità competenti, fare proposte in merito all’attività di prevenzione, poter ricorrere alle autorità competenti nel caso che le misure di prevenzione e protezione adottate dall’azienda non siano idonee a garantire la sicurezza e la salute dei lavoratori.

Noi dunque saremo per 3 anni il tramite tra il datore di lavoro ed i lavoratori, collaboreremo anche con l' RSPP, il responsabile della scuola per la prevenzione e la protezione, e dovremo vigilare affinché tutto proceda al meglio e siano applicate norme e leggi  previste
Durante il corso abbiamo affrontato i temi della individuazione e della valutazione dei rischi, della redazione del documento dei rischi - il DVR o DUVRI -, di alcune delle principali dinamiche infortunistiche quali il rischio chimico, il rischio  biologico, il rumore, la movimentazione manuale dei carichi ed i rischi psico-sociali nell'ambito del lavoro, come lo stress e la depressione, il mobbing ed il burnout, ed  abbiamo analizzato gli aspetti legislativi della sicurezza nei luoghi di lavoro, la funzione dei soggetti pubblici che operano nella prevenzione, la responsabilità del datore di lavoro, il ruolo degli altri soggetti del sistema di prevenzione - RSPP, RLS, Medico competente, Primo Soccorso ed Antincendio- e l´impiego dei dispositivi di protezione individuali , i DPI.
Auguro a tutti i compagni e le compagne di corso un buon lavoro nelle loro scuole ed un proficuo impiego di tutto ciò che ora sappiamo !
Un grazie ad Antonio che ci ha preparato una mail apposita, rlsvco@gmail.com, e ci ha inviato del materiale, ma uno anche a Marco che ci ha seguiti in questi due lunghi mesi
Se volete saperne di più invece cliccate in  http://scuolevcorls.myblog.it/, il sito aperto da uno degli RLS della provincia di Verbania