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venerdì 9 settembre 2022
Alberto
Ciao Alberto
Il tuo viaggio verso il cielo è iniziato giovedì ma io ho sempre il tuo ricordo di quando a scuola passavi in corridoio e mi salutavi mentre ero seduta alla LIM a far lezione. Tu non sei andato via. Hai solo varcato una soglia ed ora ci cammini accanto. Continuerai a seguire i nostri percorsi di vita e se avremo bisogno ci aiuterai. Con la tua gentilezza il tuo rispetto e la tua intelligenza. Un grande abbraccio
Ho scritto queste parole a luglio nella pagina facebook di Alberto Soressi.
Con Alberto come dirigente scolastico ho lavorato negli ultimi anni della mia lunga carriera scolastica.Anni soddisfacenti che ho lasciato nel settembre dello scorso anno
Come ho aprezzato le sue capacità di preside avrei sicuramente apprezzato le sue capacità di sindaco di Omegna.
Il destino non lo ha permesso
il 31 agosto sono passata a scuola, l'Istituto Comprensivo Filippo Maria Beltrami, per lasciare dei soldi in sua memoria da usare per gli studenti che la frequentano
Sono andata in segreteria e sono quindi passata davanti alla porta della Presidenza.
Un momento di grande commozione perchè mi sono ricordata le tante tantissime volte in cui Alberto ha aperto quella porta con il suo sorriso e mi ha o ci ha invitate, noi docenti, ad entrare
Quest'anno al suo posto ci sarà un'altra persona. Io continuerò la mia felice e meritata vita di pensionata e non dovrò più entrare tutti i giorni a scuola
Mi resteranno sempre invece i ricordi passati di quando lavoravamo insieme con Alberto .
Che sicuramente lassù in cielo avrà trovato nuove attività da progettare e portare a buon fine
Che tu possa riposare in pace
mercoledì 25 novembre 2020
Una panchina rossa
Oggi è la giornata internazionale per l'eliminazione della violenza sulle donne. Anche a Omegna sul lungolago da poco tempo c'è una panchina rossa. È stata dipinta dagli studenti delle superiori. Per ricordare tutte le donne uccise. E sono tante purtoppo. Ancora troppe per una società dove la parità dei sessi dovrebbe essere fondamentale
giovedì 23 aprile 2020
25 aprile Resistenza
Sabato è il 25 Aprile, festa della Liberazione dal nazifascismo. Tutte le celebrazioni saranno on line quest'anno. La Casa della Resistenza di Fondotoce ha organizzato, online,un vasto programma
Basta cliccare qui per leggere l'articolo con tutto il programma.
Sono passati 75 anni da quel giorno ma mia mamma, che spesso ormai dimentica tante cose e in certi momenti chiede chi sei, perché a 96 anni la memoria è ballerina, ancora spesso parla della guerra
Una guerra per lei dolorosa perché hs vissuto in prima persona tanti orrori che anche qui sono accaduti, purtroppo.
Lavorava alla Cobianchi, la ferriera che ora non c'è più, era impiegata e negli uffici doveva convivere con i fascisti che avevano lì il presidio.
C'era anche un ufficiale SS tedesco, un altoatesino giovanissimo di cui aveva un sacro terrore perché disumano, come lo definisce lei.
E poi di notte andava in ospedale, il vecchio ospedale di Omegna, usato attualmente per la sanità e per uffici, con le suore nelle cantine a curare i partigiani feriti. Aveva frequentato dei corsi a Novara ed aveva un diploma, rosicchiato anni dopo dai topi che in solaio erano entrati silenziosi ed affamati.
Un rischio grave per lei e per le suore perché sopra erano ricoverati i fascisti feriti.
Per anni quando incontravamo il Dario Cola, lui ricordava sempre l'aiuto prezioso dell'amica Ada. E il Bortolo Consoli veniva spesso a casa a trovarla. Io posseggo ancora alcuni libri che mi ha regalato pochi anni prima di morire, un dono prezioso per me che nel corso degli anni ho creato una vasta collezione di libri sulla guerra e soprattutto sui sopravvissuti e le loro esperienze nei campi di concentramento e di sterminio
Dopo la sanguinosa battaglia di Gravellona, è salita a Chesio in Valle Strona con la sua amica Luisanna, di Gravellona, ed altre donne mandate da don Annichini, a curare i feriti partigiani. Un massacro di sangue che non ha mai dimenticato. Ne parlava spesso fino a pochi anni fa. Lei è tornata a casa il giorno dopo, con la macchina della volante rossa ed il dottor Balconi, perché non voleva che ci fossero rappresaglie sui genitori, in particolare su mio nonno Filippo, che era il responsabile della manutenzione dei forni della Cobianchi e parlava il tedesco, essendo stato a lavorare in Germania prima della prima guerra mondiale, e che , quando c'erano guasti in fabbrica o problemi ai forni, doveva restare anche con il coprifuoco per poi essere riaccompagnato a casa da due anziani soldati tedeschi della Werchmat, di servizio in fabbrica. Quando rientrava a notte fonda mia nonna Maria, rimasta ore in apprensione, li sentiva fin da quando erano nella futura via Bariselli / nome dato alla via di Crusinallo dopo la guerra a ricordo dei partigiani fratelli Bariselli assassinati dai fascisti/ perché cantavano tutti e tre in tedesco....
La sua amica Luisanna che lavorava anche lei alla Cobianchi, rimase invece a Chesio ed accompagnò i partigiani sopravvissuti in Ossola attraverso le montagne e poi in Svizzera e rientrò a casa solo nel maggio 45.
Un altro ricordo molto doloroso per mia mamma fu l'episodio della fucilazione dei tre partigiani sul Largo Cobianchi perché quando li portarono in obitorio in ospedale lei era lì con una delle suore e riconobbe subito uno dei tre, un suo coetaneo compagno di scuola. Ha sempre detto che per lei era ancora vivo mentre la suora ha continuato a dirle che era già deceduto, ma che erano i nervi che lo facevano sussultare, visto la sua giovane età
E ancora adesso ogni tanto si sveglia di notte urlando per una pistola. La pistola che un giovane fascista ubriaco le ha puntato adosso vicino al ponte sullo Strona, mentre andava al lavoro un mattino d'inverno, perché aveva ai piedi degli scarponcini robusti e comodi. Il fascista ha continuato a puntarle addosso la pistola dicendole che era di sicuro amica dei partigiani con quegli scarponcini lì... in effetti era nevicato tanto quell'inverno e mio nonno le aveva procurato scarpe solide per andare al lavoro a piedi !
Sono stati anni molto difficili quelli della guerra anche qui e sono morti tanti giovani che hanno dato la vita per la libertà su in montagna. Ed altri sono rimasti feriti conservando su di sé ed in sé ferite profonde
Come l'amico d'infanzia di mia mamma, che per anni è vissuto qui vicino a noi, l'Ivano, ed è mancato un paio di anni fa anziano e con ancora una pallottola fascista a pochi millimetri dal cuore, a ricordargli per sempre la battaglia fatta in Valle Strona, quando furono attaccati dalle truppe fasciste ed SS, provenienti dalla Val Sesia. Feroci e ben equipaggiati e preposti all'assassinio dei giovani partigiani italiani.
Mia mamma ha sempre parlato della guerra in casa e per anni siamo andate a Crusinallo il mattino del 25 Aprile al cimitero di Crusinallo ad ascoltare la messa, ma non è mai entrata in politica e mai nessuno è venuto a chiederle un ricordo....
Hanno pubblicato recentemente libri di chi ha fatto il partigiano ... andando in Svizzera il prima possibile
Quando le ho acquistato quel libro e lo ha letto, si è infuriata tremendamente perché quel signore aveva scritto che le donne che erano salite a Chesio erano " scappate" via ed erano tornate subito a Omegna !!!
Se lo avesse avuto sottomano sicuramente avrebbe passato un gran brutto quarto d'ora perché per giorni ha conrinuato a borbottare che lei aveva rischiato la pelle e i miei nonni avevano rischiato di farsi bruciare la casa per essere andata a curare i partigiani per due anni e passa e guarda un po'" quell'asino" cosa era andato a scrivere. Era tra l'altro rimasta solo lei di quelle donne perché né la Luna né la Teresita né le altre quattro o cinque, più anziane, erano morte, come non c'era più neppure la signora Pina Rizzoni di Cireggio, che sapeva tutto di loro.
Ed era già morto anche mio papà che lei aveva sposato nel 1951.
Mio papà era un IMI , un internato militare italuano, uno schiavo di Hitler, uno dei soldati che dopo l'otto settembre 1943, fu preso dai nazisti e mandato in campo di concentramento. Si è sempre rifiutato di firmare e di ritornare in Italia nelle milizie fasciste. Anche se con tanti anni di ritardo e anche quando molti di loro erano ormai morti, sono stati riconosciuti finalmente come resistenti al Fascismo.
Di lui mi restano le medaglie e l'attestato ricevuto dal Presidente Pertini e dal ministro Spadolini per essersi opposto al Fascismo ed aver patito tutti gli orrori dei campi di concentramento nazisti, dalla Polonia delle miniere di Bialistock, Buslau e Breslau, a Gorlitz in Germania, a Torgau, dove di là dai reticolato vedeva altri uomini mal ridotti peggio di lui con delle lercie casacche a righe, e ad un lungo percorso di campi e sotto campi negli ultimi mesi della guerra, quando i nazisti si ritiravano, fino alla liberazione da parte di un contingente canadese vicino al mare del nord nel maggio 45.
È ritornato a casa in Val di Susa nel settembre 45 quando ormai sua mamma e le sue due sorelle disperavano di rivederlo vivo.
Ha conservato per tutta la vita le cicatrici delle schegge prese durante un bombardamento ad un campo da parte degli alleati e i segni dei morsi di un cane, usato dai nazisti per recuperare i prigionieri scappati dalle baracche di legno durante un altro bombardamento, sul polso sinistro. Incubi che ha cercato di seppellire in una vita normale e teanquilla divisa tra il lavoro la famiglia e la passione per lo sci, ma che ogni tanto riaffioravano, in particolare nell'ultimo periodo in cui ammalato e grave è tornato a ricordare orrori che aveva sepolto nella mente per anni.
Chi è vissuto con queste persone sopravissute a tante brutalità, mia mamma, mio papa, mia nonna, che quando al giovedì andava al mercato fu più volte rastrellata dai fascisti e portata alle scuole do Omegna, dove io ho passato buona parte della mia vita lavorativa, in ostaggio, non può che festeggiare sempre e comunque il 25 aprile. E sabato alle 15, come ha chiesto l' Anpi, canterò insieme con lei Bella Ciao, che spesso cantiamo anche la sera prima di addormentarci. Per non dimenticare che la nostra libertà è nata grazie ai sacrifici di tutti loro.
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domenica 5 febbraio 2017
Il DEA di Verbania
Martedì pomeriggio mia mamma, 92 anni e 10 mesi, è caduta in camera ed ha picchiato la testa contro un mobile, bello solido e resistente, uno di quei mobili anni 50 che non li fanno più. Purtroppo si è fatta male e abbiamo dovuto chiamare il 118 d'urgenza e poi portarla al DEA dell'ospedale di Verbania.
Un viaggio abbastanza veloce con l'ambulanza lungo un tragitto trafficato ma con una strada dall'asfalto sconnesso che non ha certo reso piacevole il viaggiare su una barella una persona anziana con problemi alla schiena ed una ferita sopra un occhio, che continuava a sanguinare copiosamente per giunta.
E poi il reparto emergenze, piccolo e strapieno di persone in attesa.
Mia mamma è passata subito, le hanno suturato le lacerazioni e le hanno fatto una tac. Risalita è rimasta pochissimo tempo su una barella in corridoio ed è stata quindi sistemata nella stanza medica 2 insieme con altre due pazienti.
Lei vi è rimasta fino al pomeriggio successivo quando è poi stata spostata all'astanteria, dove è rimasta ancora un altro giorno e mezzo,
Ma in quei tre giorni in cui sono stata con lei ad assisterla io ho visto passare una marea incredibile di persone bisognose di cure ed alcuni di loro sono stati ore ed ore in corridoio per mancanza di posto nelle poche stanze a disposizione o di medici impegnati altrove per emergenze ancora più gravi delle loro.
L'aver chiuso il pronto soccorso dell'ospedale di Omegna ha sicuramente peggiorato la situazione ma anche l'immobilismo dei politici oltre che della sanità pubblica regionale non ha certo contribuito a risolvere il problema.
Si continua a parlare del nuovo ospedale unico che dovrebbe essere fatto ad Ornavasso, ma quando si farà ?
Sono trent'anni che si parla di ospedale unico per il VCO e siamo ancora qui ad assistere all'affollamento di un reparto di pronto soccorso che accoglie l'utenza di tutto un vasto territorio tra i laghi e le montagne.
Non so come facciano il personale medico ed infermieristico a reggere una situazione simile, così caotica e snervante, con momenti di super affollamento incredibili.
Io spero di non doverci tornare e che tutto vada per il meglio per mia mamma ma mi auguro che la burocrazia e l'immobilismo di chi ci governa in Regione e in loco abbiano fine in tempi brevi
Presto dovremo anche tornare a votare ad Omegna un nuovo sindaco. Visto i risultati a dir poco negativi di questa giunta con un sindaco donna incapace di ascoltare i suoi concittadini e di fare il meglio per noi tutti, ben venga il ritorno di un sindaco uomo.
Ma uno in gamba.
Io non andrò questa volta a votare alle primarie del PD, non mi piacciono per nulla i due candidati, e se non riterrò interessante qualche candidato di altro partito non penso proprio che sprecherò il mio tempo per andare a votare...
Rifugiato ad Omegna
«Talvolta quando chiudo gli occhi penso a Buner, la cittadina pakistana in cui sono nato e da cui sono scappato un anno fa per sfuggire alla minaccia talebana, dopo che erano venuti a cercarmi a casa durante un rastrellamento». Karimullah Karimullah, 40 anni, una laurea con lode in biologia e zoologia e un dottorato di ricerca sull’interazione tra uomini e primati, racconta così l’inizio del suo viaggio che lo ha portato a Omegna, dove è ospite del centro di prima accoglienza per richiedenti asilo «Vittoria».
«Quel giorno, il 21 gennaio del 2016, gli amici mi hanno avvisato che i talebani erano venuti a cercarmi a casa, io fortunatamente non ero lì e non ci sono più tornato, sono fuggito. Non potevo più sopportare la minaccia della violenza, dopo aver visto morire alcuni amici, studenti e professori universitari sotto il fuoco talebano».
In quel giorno di gennaio di un anno fa inizia così il lunghissimo viaggio di quasi sei mesi, che attraverso Iran, Turchia, Grecia , Macedonia, Slovenia e Austria porta il 12 giugno dell’anno scorso in Italia Karimullah. «Ho fatto lunghissimi e faticosi pezzi a piedi - ricorda lo studioso pakistano -, non dimenticherò mai il viaggio sull’imbarcazione di fortuna tra Turchia e Grecia con la barca che andava su e giù tra le onde di un mare reso nero dalla notte. Così come l’attraversamento a piedi, sempre di notte, del confine tra Pakistan e Iran». Un viaggio di sei mesi, che non ha tolto a Karimullah la passione per la scienza e la ricerca: grazie ad alcuni amici è entrato nei mesi scorsi in contatto con l’Istituto per lo studio degli ecosistemi del Cnr di Verbania. E così se altri profughi sono diventati imprenditori, lui ha continuato a fare quello che ama: ricercare.
Oggi collaboro come volontario - ricorda -. Il 6 dicembre ho potuto presentare il mio lavoro sulla struttura della popolazione e sul comportamento dei primati nella parte Nord della Malesia peninsulare».
«Sono grato per l’opportunità che mi è stata offerta» prosegue lo studioso pakistano, che ha al suo attivo numerose pubblicazioni scientifiche. Karimullah ha un forte legame con la Malesia, dove ha ottenuto all’università di Sepang la laurea e il dottorato di ricerca. Ma oltre a lavorare come volontario all’Ise di Verbania, Karimullah cerca di aiutare tenendo corsi di inglese a chi vive con lui nella struttura ricavata nell’ex hotel Vittoria e gestita dalla cooperativa Azzurra. «Ho sempre trovato gentilezza sia da parte di chi gestisce il centro, sia dalla gente di Omegna».
Il sogno per il futuro: «Poter trovare un lavoro e potermi guadagnare quanto serve per vivere - conclude Karimullah - e riuscire ad aiutare mia madre in Pakistan». Il primo passo verso una vita normale è intanto avvenuto l’altro giorno: al commissariato di Omegna gli è stato consegnato il documento che conferma l’accettazione dello status di rifugiato. Con quel pezzo di carta Karimullah potrà chiedere un permesso di soggiorno, che gli permetterà di lavorare. da La Stampa VCO
Spesso ci lamentiamo, io per prima, quando veniamo avvicinati, davanti al supermercato o ai negozi del centro, dai giovani di colore che chiedono soldi. Non tutti sono arrivati qui da zone pericolose o di guerra e si sono limitati a fare la questua. Questo giovane uomo pakistano ha continuato a fare il ricercatore e lo scienziato ed ha dimostrato di volere tenacemente la propria indipendenza e la propria autonomia di uomo colto ed intelligente. Come lui ce ne saranno anche altri che porteranno anche qui da noi il loro contributo in idee e progetti utili per la nostra società
Spesso ci lamentiamo, io per prima, quando veniamo avvicinati, davanti al supermercato o ai negozi del centro, dai giovani di colore che chiedono soldi. Non tutti sono arrivati qui da zone pericolose o di guerra e si sono limitati a fare la questua. Questo giovane uomo pakistano ha continuato a fare il ricercatore e lo scienziato ed ha dimostrato di volere tenacemente la propria indipendenza e la propria autonomia di uomo colto ed intelligente. Come lui ce ne saranno anche altri che porteranno anche qui da noi il loro contributo in idee e progetti utili per la nostra società
Giuseppe Moroni
" E’ morto sabato mattina all’età di 80 anni Giuseppe «Popi» Moroni, ex presidente della Lagostina e una delle figure più significative del mondo economico italiano. Era ricoverato da tempo a Omegna alla casa dell’anziano «Massimo Lagostina», una struttura per la quale la sua famiglia e lui personalmente si erano sempre spesi. Alcuni mesi fa era stato vittima di un incidente domestico dal quale, malgrado le cure e i ricoveri in ospedale, non si è più ripreso. Entrato giovanissimo in fabbrica accanto allo zio Massimo, aveva percorso tutti i gradini della carriera aziendale sino a diventare presidente.
Notevole il suo impegno nel sociale: era stato presidente dell’Unione industriale del Vco, della Camera di commercio e dell’associazione nazionale ed europea dei produttori di casalinghi. Aveva fondato e presieduto sino alla scorsa estate, per ben 44 anni, l’associazione Centri del Vco che si occupa di bambini diversamente abili. Il funerale si terrà lunedì alle 15,30 a Pettenasco nella chiesa parrocchiale dove domenica alle 18,15 sarà recitato il rosario. " da LaStampa VCO
Ho conosciuto il signor Moroni tantissimi anni fa come genitore, a scuola. Ed era allora uno dei padroni della ditta di pentole conosciuta in tutto il mondo, dove ha lavorato per una ventina di anni anche mio papà. La sua associazione ha aiutato tantissimi bimbi ed è stata tanto utile a tutti noi che viviamo in questa parte del Piemonte troppo spesso dimenticato da chi è a Torino sia nella sanità sia nella scuola
Le mie condoglianze a Luisa ed alla famiglia Moroni.
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domenica 14 febbraio 2016
L'omino coi baffi
VINCENZO AMATO
OMEGNA da La Stampa VCO
Estroso, intelligente, spiritoso e creativo. Renato Bialetti era un genio. Fino alla sua morte, si divideva tra la casa ad Ascona e la splendida villa a Pallanza. Sino a pochi anni fa era normale vederlo al volante della sua Bentley approdare al Gigi bar a Stresa per l’aperitivo con gli amici. Del «signor Renato» come lo chiamavano i dipendenti un tempo, o «signor Bialetti» come era noto tra la gente, resta il ricordo di un imprenditore che ha trasformato una piccola azienda in uno dei simboli dell’Italia nel mondo. La Bialetti era arrivata ad avere 400 dipendenti producendo milioni di caffettiere.
Partito da zero si era imposto sino a far diventare il suo nome e quella del suo prodotto, la Moka, sinonimo di caffettiera. «E’ difficile parlare e ricordare Renato - racconta Giuseppe Moroni, della Lagostina - era una figura straordinaria come uomo e imprenditore. Aveva saputo trasformare una piccola invenzione in un prodotto di largo consumo. Era partito da un piccolo laboratorio in cui si fondeva l’alluminio e in poco tempo aveva realizzato una delle fabbriche più moderne che esistevano in Italia. Quasi completamente automatizzata». L’altra sua grande intuizione fu quella di credere nella pubblicità e in un mezzo che nel dopoguerra pochi conoscevano: la televisione. L’«omino coi baffi» era la sua caricatura.
Con Giuseppe Moroni ci fu anche un rapporto di grande reciproca amicizia: «Era orgoglioso della sua origine e estrazione sociale. Ripeteva con orgoglio “sono nato a Montebuglio” anche se molti non sapevano nemmeno dove fosse (oggi è frazione di Casale Corte Cerro, ndr). Poi aveva la passione per le auto. Ricordo che quando decise di comprare una Rolls Royce mi invitò al bar e insieme sfogliammo riviste specializzate per scegliere il modello». Imprenditore intelligente lo ricorda anche Franco Tettamanti, ex segretario della Fiom e oggi studioso della storia industriale del Vco. «Personalmente non ho mai trattato con lui, ma i “vecchi” del sindacato me lo hanno sempre descritto come uno degli ultimi industriali con i quali si parlava guardandosi negli occhi. Teneva agli operai perché era stato operaio lui stesso. Chiedeva, ma sapeva dare. Ai dipendenti come al territorio. Aveva un vero e proprio culto per i lavoro, che per lui era un valore».
Martedì a Montebuglio ci sarà il funerale di Renato Bialetti Era nato nel 1922 ed era coscritto di mio papà Io me lo ricordo quando passava per Crusinallo con una delle sue Rolls e ne sentivo parlare da mio papà che andava alle cene dei coscritti Un pezzo di storia importante per la nostra città se ne va con lui
lunedì 16 febbraio 2015
Anche Guido se ne è andato
Alcune domeniche fa sono rimasta attonita quando, aprendo le pagine de la Stampa VCO, ho letto la notizia della morte improvvisa del dottor Masnaghetti. Aveva 61 anni ma un infarto lo aveva fermato per sempre. Lo conoscevo da molti anni, prima come ortopedico e successivamente come genitore a scuola. Ero stata una delle insegnanti che avevano accompagnato la 1G al funerale di sua figlia Francesca e quel loro dolore, profondo ma affrontato con coraggio e tanta fede, mi aveva molto colpito. Poi avevo avuto in classe i suoi tre ultimi figli e avevo potuto constatare come il suo lavoro impegnativo in ospedale non gli aveva mai impedito di essere un padre sempre presente nella crescita educativa dei suoi ragazzi
Sono stata molto colpita, pochi giorni dopo, anche dalla scomparsa dell'ingegner Beltrami, 62 anni, il papà di Giacomo.
E ieri sul giornale c'era la notizia della morte altrettanto improvvisa, per un malore, di Guido Dellavedova, 65 anni
Avevo visto Guido pochi giorni prima di Natale, come sempre allegro, indaffarato, pieno di vita e di gioia di vivere, con quel suo sorriso e quel suo essere gentile e spontaneo che lo rendevano una persona speciale ed unica
Guido era il titolare della Irmel, azienda storica del mondo del casalingo cusiano e marchio noto in tutto il mondo. Era stato suo padre Giovanni a creare la fabbrica a Crusinallo, dove era vissuta sua moglie Rosita, nel 1946 ma in seguito al successo nato con la creazione della caffettiera in un pezzo unico con imbuto e filtro interni e delle prime caffettiere colorate la Irmel, ovvero la Industrie riunite metallo e legno, si era spostata ad Omegna
L’azienda era entrata in crisi una quindicina di anni fa a causa della concorrenza cinese, ma Guido non aveva assolutamente abbandonato la speranza di far rinascere la nostra industria ed economia cusiana con tante idee e nuovi progetti.
L’ultimo era quello della Smart Cities che stava portando avanti insieme ad altri amici
Il progetto era stato presentato una ventina di giorni fa nell’ex-stabilimento della Irmel ad Omegna e in quella occasione Guido aveva aperto le porte della vecchia fabbrica esponendo, insieme ad opere di arte moderna, anche i casalinghi che avevano fatto la storia dell’azienda. Un nuovo modo molto moderno di fare industria portando i cittadini a vedere e a toccare con mano quello che la sua famiglia aveva creato in passato
Non ero andata a visitare la sua fabbrica e la sua collezione di casalinghi come avevano invece fatto tantissime altre persone e mi spiace perchè mai avrei immaginato che ci lasciasse anche lui così presto e così in fretta
Di Guido conserverò il ricordo di una bella persona, dei viaggi Uni3 fatti in anni recenti insieme con lui e sua moglie, della sua voglia di fare sempre qualcosa di buono e di bello per la comunità e per tutti noi che viviamo qui a Omegna da sempre
Le mie più sentite condoglianze a sua mamma a sua moglie e a sua figlia
Nelle mie riflessioni serali di ieri mi sono chiesta per l'ennesima volta perché il destino ha fatto morire questi uomini ancora giovani, che avrebbero potuto dare ancora molto alla collettività ed alle loro famiglie, in modo così improvviso
Non riesco mai a credere che ci sia un Dio che ha un disegno ben preciso per ognuno di noi e non riesco a pensare che in questo disegno o come si voglia chiamarlo la scomparsa di persone attive intelligenti ed utili nel pieno delle loro esistenza possa servire a qualcosa
Chi ha più fede di me forse lo capirà ma io sono triste e sconvolta anche per la morte di Guido
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martedì 16 dicembre 2014
Intervento di Michele Beltrami a Castelletto Ticino
CASTELLETTO TICINO
RICORDO DEI PARTIGIANI FUCILATI DAI FASCISTI AL PORTO
1° NOVEMBRE 1944 - 1° NOVEMBRE 2014
intervento di Michele Beltrami
"Avrei dovuto essere qui con voi il 25 aprile scorso, ma ho dovuto con mio grande rammarico rinunciare, promettendo però che sarei venuto il 1° novembre. Eccomi quindi in questa piazza, dopo essere stato il 24 ottobre a Novara a ricordare gli otto patrioti che fra il 17 e il 24 ottobre 1944 furono massacrati dai fascisti. Memoria quindi di due eventi tragici.
Ma essere qui a Castelletto mi permette di condividere con voi un ricordo lieto, il ricordo del vostro concittadino, del vostro e nostro Albino Caletti, il mitico “Capitano Bruno”. Un ricordo commosso, che è simboleggiato da una piccola scatola nelle quale conserviamo una ventina di distintivi dell’URSS che il capitano Bruno anno dopo anno donava a nostro figlio Matteo.
Un grande affetto aveva il Capitano Bruno per tutta la nostra famiglia. La famiglia del “Capitano” a fianco del quale aveva combattuto, con il coraggio e la lealtà che sempre contraddistinguevano il suo agire. Fu proprio per la fiducia che il “Capitano” riponeva in lui che gli fu affidata la missione di recuperare il primo lancio destinato alla formazione, lancio che arriverà proprio quel tragico 13 febbraio. Nel libretto “Tre volte trent’anni” che celebrava i 90 anni di Bruno si legge: Il non essere stato presente alla battaglia di Mégolo lascerà in Bruno il dubbio che qualcosa avrebbe potuto andare diversamente quel giorno al Cortavolo. Se fossi stato presente (sono le sue parole) avrei cercato di dissuadere Beltrami dall’accettare lo scontro … ma sarei poi rimasto al suo fianco come hanno fatto gli altri, caduti con lui.
Il libretto mi fu donato dallo stesso Bruno con la dedica Caro Michele e fratelli un piccolo ricordo di un partigiano del cap. Beltrami. Non è un piccolo ricordo, ma un prezioso ricordo di un grande uomo, di un grande combattente per la libertà.
Ma bisogna dire che, oltre ad Albino Caletti, furono molti (quasi 120) i cittadini di Castelletto che presero parte alla Guerra di Liberazione, sia come partigiani combattenti, sia come membri del CLN. E Castelletto divenne, come testimoniò il vostro concittadino Arturo Lorenzini, “un centro importante, sia per l’invio di giovani nelle formazioni di montagna, sia per informazioni, viveri e denari che raccoglievamo per il sostegno della lotta armata”.
Fra i castellettesi caduti vorrei in particolare ricordare Dario Sibilia, il cui nome non compare accanto a quelli dei partigiani caduti. Era un diciottenne allievo dell’Accademia Navale, che l'8 settembre con altri 8 compagni di accademia raggiunse il rinato Esercito Italiano nel quale combatté e morì nella terribile battaglia di Montelungo l'8 dicembre 1943. Mi colpisce la giovane età: era coetaneo di Gaspare Pajetta che combatté e morì a Mégolo insieme al papà. Due “giovani come voi” come diceva Calamandrei parlando agli studenti milanesi.
Non erano invece di Castelletto i cinque partigiani che vennero fucilati 70 anni fa in questo luogo e dei quali è comunque bene ripetere ogni volta i nomi, sottolineando l’età, e onorare la memoria:
veniva da Vigevano Giovanni Barbieri, 44 anni
da Torino Teresio Clari , 30 anni
da Milano Ernesto Colombo, 18 anni
da Invorio Sergio Gamarra, 19 anni
da Bogogno Luciano Lagno, 23 anni
e da Taino Carlo Boca, 17 anni, che all’ultimo fu graziato
Erano sei partigiani, tre giovanissimi. Si trovarono a combattere in queste zone e, nel corso di un rastrellamento nel Basso Vergante, furono catturati e rinchiusi nel carcere di Arona, dove subirono percosse e sevizie e alla fine furono condotti qui per essere fucilati davanti alla popolazione di Castelletto, costretta ad assistere al macabro spettacolo. Persino i passeggeri dei treni in sosta vennero appositamente fatti scendere perché pur’essi fossero spettatori.
L’assassinio nelle piazze e nelle vie delle città, e comunque nei luoghi abitati, era l’operazione preferita dai capi fascisti “perché, sono parole di Vezzalini, i morti fanno spettacolo, la popolazione deve vedere …”. In particolare doveva vedere e rabbrividire la popolazione di Castelletto, la cui ostilità verso i fascisti e quindi anche verso gli occupanti nazisti si era sviluppata ed era cresciuta fino a concretarsi in svariate azioni di sostegno delle formazioni partigiane.
L’assassinio in pubblico avveniva per vendetta o meglio per rappresaglia. I fucilati, i massacrati non erano quasi mai i diretti responsabili delle sconfitte o delle perdite subite dai fascisti. Non lo erano i massacrati di Novara del 24 ottobre 1944; non lo erano i fucilati di Castelletto Ticino, che non c’entravano nulla con la fucilazione da parte dei partigiani dell’ ufficiale della "X MAS" Leonardi, avvenuta il 29 0ttobre.
Quanto avvenne qui 70 anni fa voi lo sapete, fa parte della memoria di Castelletto, è documentato, vi è stato più volte narrato. Ed è giusto così, perché, anche se i fucilati non erano di Castelletto, il luogo e il modo con cui questa fucilazione venne eseguita dimostra la volontà dei fascisti, in particolare dell’Ungarelli, di offendere e intimorire proprio Castelletto, di ferire Castelletto.
A fronte della vigliaccheria e della ferocia dei fascisti sta il coraggio e la dignità dei condannati che, come scrive il Massara, “Allineati di fronte alla popolazione e al plotone d’esecuzione intonano con voce ferma la canzone partigiana ‘che importa se ci chiaman banditi, il popolo conosce i suoi figli’”. Il giovanissimo Carlo Boca, che l’Ungarelli decide all’ultimo di graziare, intimorito dalla reazione della popolazione, corre ad abbracciare i suoi morituri compagni e a forza i militi lo allontanato da loro, per poi riportarlo nel carcere di Arona, dal quale riuscirà a evadere prima della Liberazione.
Lo stesso coraggio e la stessa dignità si ritrovano nella lettera che Sergio Gamarra scrive alla madre poco prima di essere fucilato:
Cara mamma,
oggi è giunta la mia ultima ora ma non mi importa di morire. Perdonami se ho mancato, se sono andato via senza il tuo permesso, ma muoio contento come un buon cristiano e un vero italiano.
Salutami tutti gli amici e parenti e i vicini. Non arrabbiarti con nessuno.
Ricevi un grosso bacio e così pure ai fratellini e alla zia Nenè.
Tuo per sempre
Sergio
Per coincidenza proprio nella stessa data vengono fucilati da un plotone di fascisti nel fossato della fortezza del Priamar a Savona sei partigiani (anche qui sei condannati!), tre uomini e tre donne. Una di queste, Paola Garelli “Mirka” scrive una lettera alla figlia:
Mimma cara,
la tua mamma se ne va pensandoti e amandoti, mia creatura adorata, sii buona, studia ed ubbidisci sempre gli zii che t'allevano, amali come fossi io. Io sono tranquilla.
Tu devi dire a tutti i nostri cari parenti, nonna e gli altri, che mi perdonino il dolore che do loro.
Non devi piangere né vergognarti per me. Quando sarai grande capirai meglio.
Ti chiedo una cosa sola: studia, io ti proteggerò dal cielo.
Abbraccio con il pensiero te e tutti, ricordandoti.
La tua infelice mamma
Sergio Gamarra, 19 anni, scrive alla mamma, Paola Garelli, 28 anni, scrive alla figlia. Entrambi chiedono perdono per il dolore provocato, Sergio alla mamma, Paola a tutta la famiglia. Ma entrambi sono consapevoli di aver fatto la scelta giusta e vanno a morire sereni.
Sorprende questa comunanza di sentimenti fra due persone diverse per età, per sesso e per origine, che combatterono e morirono in luoghi fra loro distanti.
Sorprende, ma ci fa capire che c’era un denominatore comune, c’erano sentimenti e ideali comuni che muovevano i partigiani, che combattessero in Piemonte, o in Liguria, in Emilia, in o nel Molise, come peraltro testimoniano le lettere dei condannati a morte della Resistenza.
Per questo io credo che ogni volta che in un luogo si ricorda un evento o un caduto sia opportuno ricordare anche quanto accadde in altri luoghi, ricordare altre persone cadute anche distante.
Accostare i fucilati di Castelletto con i fucilati di Savona, leggere insieme le lettere di due caduti, non significa per me sminuire l’importanza di quanto accaduto a Castelletto, ma di contro significa inserire la memoria dei fucilati di Castelletto nella memoria di tutti i caduti per la libertà.
Ricordiamo un evento per ricordarli tutti, ricordiamo un caduto per ricordarli tutti, tutti quei “centomila morti” col sangue dei quali, come diceva Piero Calamandrei, è stata scritta la nostra Costituzione.
Intervento di Michele Beltrami a Novara
TRUCIDATI DI PIAZZA MARTIRI E PIAZZA CAVOUR
70° ANNIVERSARIO
NOVARA 24 ottobre 2014
Intervento di Michele Beltrami
" Avevo qualche perplessità ad accettare di intervenire a questa vostra manifestazione sia per altri impegni sempre legati al 70° della Resistenza sia perché sono già intervenuto proprio qui a Novara il 25 aprile 2008. L’Assessore Paola Turchelli e il dottor Giovanni Cerutti, direttore dell’Istituto della Resistenza mi hanno convinto a sciogliere ogni riserva ed ora eccomi qui.
Quelli di voi che hanno assistito al mio precedente intervento mi perdoneranno se qualcosa di ciò che vado a dire oggi suonerà loro come “già sentito”.
Enrico Massara, nella sua “Antologia dell’antifascismo e della resistenza novarese”, all’inizio del capitolo dedicato all’eccidio che oggi ricordiamo, scrive “A Novara, immediatamente dopo l’8 settembre ’43, nascono i primi gruppi di resistenza, le prime squadre d’azione partigiana (SAP) che operano sia nel capoluogo che nei paesi del circondario”.
Questa tempestiva reazione si spiega col fatto che a Novara l’opposizione al fascismo non era mai venuta meno: si pensi a quanto accadde nella frazione di Lumellogno, dove la popolazione il 15 e il 16 luglio del 1922 si rese protagonista di un eroico episodio di resistenza a una spedizione punitiva dei fascisti, sopportando alcune perdite e numerosi feriti, come accadde a Parma e a Sarzana. Episodio per il quale la Città di Novara nel 2007 fu insignita di medaglia d’oro.
L’opposizione, continuò nella clandestinità per poi riemergere il 25 luglio 1943 e prepararsi a quello che sarebbe stato il suo periodo più duro, ma anche più glorioso.
Durante i quarantacinque giorni del governo Badoglio molte persone e gruppi di persone che in diversi luoghi avevano costituito una rete sotterranea nella città negli anni della dittatura, divennero attori di una palese mobilitazione antifascista, per poi sparire nuovamente nell'ombra dopo l'8 settembre '43, senza peraltro cessare la loro attività. Attività che favorì la nascita e l’organizzazione dei primi gruppi di resistenza in città e i contatti con le brigate che andavano formandosi in collina e in montagna, verso le quali molti giovani novaresi si avviarono.
Fra queste il Massara ricorda in particolare“… il gruppo guidato da Filippo Maria Beltrami, il Capitano, che opera nel Cusio…”.
Il sorgere e il rafforzarsi dell’attività partigiana e il crescere dell’ostilità che circonda nell’opinione pubblica il risorto fascismo e l’occupante tedesco preoccupano il governo di Salò che, a Novara, sostituisce nella carica di Commissario Prefettizio Tuninetti, giudicato troppo morbido, prima con Gargano Barbera, quindi con Enrico Vezzalini. La gestione di Vezzalini, con l’ausilio di due questori succedutisi nell’incarico, Ugo Abrate e Emilio Pasqualy, contraddistingue una lunga stagione di terrore in città e nella fascia circostante.
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In particolare, come ricorda Massara, “l’assassinio nelle piazze e nelle vie della Città, e comunque nei luoghi abitati è l’operazione preferita dai capi della Squadraccia perché i morti fanno spettacolo, la popolazione deve vedere …”.
La ferocia della Squadraccia era tale che persino il sottosegretario agli interni della Repubblica Sociale, Giorgio Pini, dopo un’ispezione a Novara nel novembre del 1944, la definì “formazione di torturatori criminali” e costituì motivo di preoccupazione presso gli stessi tedeschi che ne caldeggiarono l’allontanamento, insieme a quello dello stesso Vezzalini.
Solo nel gennaio del 1945 furono trasferiti a Modena. Il Vezzalini alla Liberazione fu catturato, processato e fucilato a Novara Gli altri dopo la Liberazione furono arrestati, processati e condannati, ma riuscirono presto a tornare liberi. Qualcuno di loro fu persino eletto nel Parlamento della Repubblica. Così come molti altri criminali fascisti.
Vengano i negazionisti, i revisionisti, i fautori della memoria condivisa in queste piazze novaresi, vengano in questa piazza Cavour, vengano in Piazza Martiri della Libertà (allora Piazza Vittorio Emanuele II) dove 70 anni fa, nell’ottobre del 1944, vennero trucidati gli otto giovani che oggi ricordiamo. Leggano le lapidi. Si facciano raccontare cosa è successo e ci dicano poi cosa si può negare, cosa si può rivedere, quale memoria si può condividere.
Qui, in questa piazza, il 17 ottobre venne fucilato un giovane “patriota”, il carabiniere Natale Olivieri, che era stato catturato a Biandrate. Quindi, nella sola giornata del 24 ottobre, vennero uccisi dai fascisti della “squadraccia”, per vendetta della sconfitta subita in uno scontro coi partigiani, altri sette “patrioti” (così è doveroso chiamarli),
tre in piazza Martiri
Giovanni Bellandi
Ludovico Bertona
Aldo Fizzotti
e quattro in piazza Cavour
Vittorio Aina
Mario Campagnoli
Emilio Lavizzari
Giuseppe Piccini
prelevati dal carcere dove erano stati rinchiusi e tutti a lungo e brutalmente percossi dal Pasqualy e dal suo aiutante, il “boia” Martino
Ma neppure da morti questi otto poveretti ebbero pace. I loro cadaveri vengono lasciati a lungo senza sepoltura e vengono vilipesi dalle ausiliarie fasciste.
Credo che molte cose siano state narrate nel corso delle commemorazioni che anno dopo anno hanno ricordato questi tragici episodi e questi otto caduti, ma io voglio soffermarmi sulla figura di Natale Olivieri, del quale nulla sapevo.
Il carabiniere Natale Olivieri, entrato nella Resistenza dopo l’8 settembre, era partigiano della Brigata "Osella". Per evitare rappresaglie contro i civili, si consegnò ai fascisti che lo cercavano. Venne bastonato, preso a calci, vilipeso e quindi trascinato da Biandrate a Novara dalla "Squadraccia". Arrivato a Novara, fu nuovamente torturato. Qualche ora più tardi, più morto che vivo, venne fucilato in piazza Vittorio Emanuele II (ora Piazza Martiri della Libertà).
Il prof. Piero Fornara, ebbe modo di ricordare: "...attorno al cadavere di Olivieri pietà e odio, dolore e sarcasmi si susseguirono sino al tramonto. Le Ausiliarie danzano sopra il cadavere e gli cacciano i tacchi nella faccia, altri sono forzati a sputare sul morto...".
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Ma, permettetemi la digressione, non sapevo nulla neppure del giovane Giuseppe Cortellucci, anche lui carabiniere, che seguì sui sentieri dell’estremo ponente ligure Felice Cascione, l’eroico comandante partigiano, autore della canzone “Fischia il vento”¸ catturato dai tedeschi e ucciso dai fascisti al termine di un combattimento nel gennaio del 1944.
Nella bella ricostruzione della figura di Cascione, che recentemente ci ha donato Donatella Alfonso, si legge: “Felice Cascione vede i tedeschi catturare Cortellucci, il carabiniere. E grida: Lasciate libero quest’uomo, sono io che l’ho costretto a venire in banda, sono io il comandante!... Carabinè [questo il suo nome di battaglia] ricorda solo questo, prima di svenire per le botte e la disperazione”. Cortellucci viene portato via dai tedeschi, poi i carabinieri intervengono (Cascione aveva detto che era suo prigioniero) e viene riarruolato. Diserta un'altra volta. Raggiunge la formazione "Cascione" e quando si trova isolato in uno scontro a fuoco si uccide."
Ho appreso della vicenda di questi due giovani, di queste due belle ed eroiche figure, quasi negli stessi giorni e per questo ho voluto accostarle e condividere con voi due pensieri con i quali vado a concludere.
In primo luogo nella Resistenza combatterono molti giovani carabinieri, che dopo l’8 settembre, scelsero di raggiungere le formazioni partigiane, nelle quali combatterono eroicamente, spesso pagando con la vita. E questo è giusto sottolinearlo proprio oggi qui a Novara.
In secondo luogo, così come la figura di Natale Olivieri mi ha fatto pensare a quella di Giuseppe Cortellucci, la vicenda e la fine di Felice Cascione mi ricordano la vicenda e la fine del papà, del Capitano.
E questo mi commuove e mi stimola a ragionare sulla profonda comunanza di ideali, di coraggio, di spirito di sacrificio che c’era anche fra uomini che non s’incontrarono mai, che combatterono in luoghi fra loro lontani, che erano spesso diversi per età, per ambiente, per formazione culturale e politica.
Anche questo fu la Resistenza ed è con questo spirito, privo di ogni campanilismo , che noi oggi dobbiamo ricordare gli otto giovani trucidati 70 anni fa nelle piazze di Novara, la cui memoria non potrà mai essere mai essere condivisa con quella dei loro assassini, di quella “formazione di torturatori criminali” come furono definiti dai loro stessi camerati.
Fra pochi mesi, il 25 aprile del 2015, termina il 70° anniversario della Resistenza, ma non devono cessare le occasioni di ricordo.
Molti fatti, molte figure dobbiamo ancora far venire alla luce, molte storie da raccontare o da farci raccontare, molti strumenti da mettere in campo perché la memoria non si perda.
W la Resistenza! "
lunedì 15 dicembre 2014
Intervento di Michele Beltrami all'Alpe Camasca
Ho incontrato Michele, il figlio del Capitano Beltrami, alla cerimonia di premiazione degli ultimi vincitori del Premio della Resistenza Città di Omegna
In quell'occasione mi aveva promesso che mi avrebbe fatto avere alcuni dei suoi recenti interventi nei luoghi dove sono stati uccisi i partigiani del Novarese e del Cusio-Verbano -Ossola durante la seconda Guerra mondiale
Pubblico per primo il suo discorso al Sentiero Beltrami all' ALPE CAMASCA il 16 agosto 2014
Un grazie molto sentito a Michele per avermi permesso di pubblicare in questo blog le sue parole preziose
Per non dimenticare Per riflettere su ciò che sta succedendo ora ...
" Ogni volta che torno qui in Camasca penso che qui è iniziata l’avventura partigiana del papà e che in una di queste baite il papà e la mamma hanno passato insieme gli ultimi giorni, prima che la mamma ritornasse da noi figli e il papà proseguisse la lotta, fino al tragico epilogo di là dai monti.
Sul papà, sul suo ruolo nella Resistenza nel Cusio-Ossola, sulle cause e sull’opportunità della battaglia di Mégolo molto è stato scritto e molte parole sono state dette, anche qui, in altre occasioni.
Io voglio oggi riprendere invece quanto scrisse nel lontano settembre 1946 Piero Calamandrei, recensendo su “Il Ponte” la prima edizione del libro della mamma “Il Capitano”. È, per me, non solo della più bella e commossa recensione del libro, ma anche del più bel ritratto dei nostri genitori.
Ve ne leggo alcuni passi, rammaricandomi di non avere, né di saper imitare, la calda parlata toscana che ci è riportata dalle registrazioni dei suoi discorsi.
" Allora, quando lo conobbi alla sfuggita, mi pare nell’estate dei ‘42, non era il “Capitano”: era soltanto un architetto, un professionista come tanti altri, taciturno forse e pensoso un po’ più degli altri. Ora l’immagine di lui, lasciatami da quel primo incontro distratto in mezzo ad altra compagnia, mi sfugge: eppure, ora, mi sarebbe assai cara e preziosa. Chi avrebbe potuto prevedere questo destino? Ricordo soltanto che, presentati da altri amici, salirono anche loro, i coniugi Giuliana e Filippo Beltrami, a vedere il tramonto [sulla pineta] dalla nostra terrazza. Mi par di ricordare che i coniugi Beltrami amavano stare vicini, senza mescolarsi alla conversazione, confidandosi a bassa voce, appoggiati alla ringhiera, le loro impressioni.
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Ora i pini non ci sono più: in quattro anni il mondo ha cambiato faccia. C’è un deserto calcinato al posto della pineta; e nessuno più sale ad ammirare il panorama dalla terrazza. di cui le cannonate hanno frantumato la scala. E l’architetto è diventato ‘il Capitano”: un’ombra eroica, il fondatore e l’animatore di una delle prime bande partigiane dell’Alta Italia, di cui per quattro mesi la gente nella zona dei laghi intorno a Omegna ha parlato come di un capo leggendario,fino a che, di azione in azione, il 13 febbraio 1944 è caduto a Mégolo, combattendo in campo aperto contro la battuta dei tedeschi e dei fascisti; lui e pochi fedeli, forse una ventina, contro un esercito.
Ed ecco che la moglie ora dedica all’ombra del “Capitano” questa prosa nitida e casalinga, colla quale ella si sforza di capire, e di far capire al lettore, perché egli ha preferito questa morte alla felicità: sicché il lettore non sa se più amare in queste pagine la franca naturalezza con cui quest’uomo libero, questo borghese senz’enfasi e senza retorica, sceglie la via della morte, o la discrezione con cui la moglie racconta di lui e di loro due, con quest’aria di sincerità trasparente e lieve che non fa pesare su chi legge il dolore di lei rimasta sola, e lascia nel ricordo un senso di purezza e quel sorriso solare che ha l’immagine di lui sulla copertina.
Alla fine del piccolo libro si pensa: “Dunque nel mondo possono nascere ancora uomini così: dunque il mondo non è finito...”. E questo pare un conforto; ma, più che un conforto, è un mistero. Da quale forza sono spinti gli uomini come questo? Era un uomo felice. Aveva l’amore della sua donna, aveva i suoi figliuoli, la gioia del lavoro, tutta una vita da vivere dinanzi a sè. Nessuno glielo imponeva, nessuno glielo chiedeva: era un borghese pacifico, senza ambizioni, non iscritto ad un partito. Ogni obbligo legale si sfasciava in quel momento (era la fine del settembre ‘43), ognuno andava per conto suo: tutti, lì dai laghi, si affrettavano a rifugiarsi in Svizzera. Sarebbe stato facile, anche a lui, mettersi in salvo colla sua famiglia: quale fu il misterioso movente che gli insegnò un’altra strada?
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Le pagine più toccanti di questo libro sono quelle che riferiscono i colloqui tra questa moglie e questo marito, che parlano a bassa voce, seduti dinanzi al fuoco nella villa solitaria o nella baita di montagna, dov’è il comando del “Capitano”. Intorno c’è l’ansia del pericolo; e loro due prima di addormentarsi conversano come due amici, in tono semplice, quasi scherzoso, timorosi di adoprare parole troppo grandi e troppo serie, quando il dialogo li porta a parlare di quello che è il punto d’incrocio di tutti i fili della vita: il perché della morte, il perché del dovere.
Nell’ultima sua lettera alla moglie, consegnatale dopo la sua morte, c’è una frase rivelatrice:
“...io ho voluto e desiderato questa prova, che mi viene imposta da un più alto e strano senso del dovere”. Anch’egli, alla vigilia della morte, mentr’era pronto ad obbedire a questa voce del dovere, ne avvertiva la natura misteriosa e inesplicabile: “alto e strano senso del dovere”. Anch’egli lo chiamava “strano”: estraneo, sì, a tutte le leggi utilitarie conosciute dai biologi."
Questo scriveva Calamandrei nel 1946. Lo stesso Calamandrei che, terminando il famoso discorso sulla Costituzione, pronunciò le parole che tutti noi antifascisti abbiamo stampate in testa e che è opportuno ricordare qui oggi:
Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra Costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati. Dovunque è morto un italiano per riscattare la libertà e la dignità, andate lì, o giovani, col pensiero perché lì è nata la nostra costituzione.
Il discorso fu pronunciato da Piero Calamandrei nel 1955 a Milano per l’inaugurazione di un ciclo di sette conferenze sulla Costituzione italiana organizzato da un gruppo di studenti universitari e medi per illustrare in modo accessibile a tutti i principi morali e giuridici che stanno a fondamento della nostra vita associativa.
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E fu proprio la mamma ad aiutare questi studenti a organizzare il ciclo di conferenze.
Ora, pensando al papà che su queste montagne si è sacrificato e alla mamma che ha dedicato gran parte della sua vita a studiare e a diffondere la lettera e lo spirito della Costituzione nata dalla Resistenza, come posso io loro figlio, come possiamo noi loro figli non sentirci angosciati e offesi di fronte all’improvvida leggerezza con cui, e con quali alleanze, vengono affrontate oggi le riforme istituzionali.
Sarebbe bene che questi nostri giovani governanti seguissero anch’essi l’invito di Calamandrei e venissero in pellegrinaggio nei luoghi dove sono caduti i partigiani, nei luoghi dove è nata la nostra Costituzione. "
Le origini cusiane di Giuseppe Verdi
Sabato ho letto con curiosità ed interesse questo curioso articolo de La Stampa VCO
" Negli archivi parrocchiali scoperto che il bisnonno del compositore era nato a Crusinallo
Scorreva sangue cusiano nelle vene di Giuseppe Verdi. Il grande compositore era, per parte materna, originario di Crusinallo, essendo suo bisnonno, Fermo Lorenzo Uttini, nato in quel paese nel 1708. Uttini si trasferì poi nel Piacentino dove una sua figlia, Luigia, sposò Carlo Verdi, padre di Giuseppe. Una studiosa americana, Mary Jane Phillips-Metz, nel 1996 pubblicò una biografia del musicista avanzando per prima l’ipotesi che la famiglia di Verdi era originaria del lago d’Orta.
La prova arriva oggi grazie a un’attenta ricerca negli archivi parrocchiali svolta dal ricercatore Alessio Iannotta: su proposta del sindaco di Omegna Adelaide Mellano e del parroco don Gianmario Lanfranchini ha ritrovato anche l’atto di battesimo di Fermo Lorenzo Uttini, nato il 12 agosto a Cranna Superiore, oggi San Fermo, frazione di Crusinallo. «E’ una storia affascinante - osserva Iannotta -, è bello pensare che la vena artistica e musicale di Giuseppe Verdi gli viene dal Dna da parte materna. Gli Uttini di Crusinallo, per oltre un secolo, si coprirono di gloria musicale in tutta Europa: Elisabetta cantò a Venezia nel 1721, Francesco Uttini, altro parente, fu eletto accademico ad honorem della Filarmonica di Bologna e un altro Francesco Uttini, musicista, fu maestro di cappella e direttore dell’opera italiana a Stoccolma, considerato il fondatore dell’Opera nazionale svedese».
E' bello scoprire che la chiesa parrocchiale dove sono stata battezzata e cresimata è la stessa chiesa dove due secoli e mezzo prima fu battezzato anche il bisnonno materno del grande compositore italiano
Una famiglia notevole, tra l'altro, sia gli uomini che le donne !
Una tessera per chi è in difficoltà economiche
Una delle notizie de La Stampa VCO di questi ultimi giorni parla di una iniziativa del Lions club di Omegna , in collaborazione con il Ciss del Cusio, la Fondazione Comunitaria del Vco e i supermercati Savoini, che potrà aiutare 53 famiglie in difficoltà
Grazie ad una raccolta fondi tramite la vendita di panettoni, i soci del Lions hanno raccolto 4.500 euro a cui sono stati aggiunti altri 1.500 euro della fondazione I soldi serviranno per dei buoni acquisto di generi alimentari nei supermercati Savoini.
«Grazie alla generosità dei nostri soci abbiamo raccolto una somma significativa che abbiamo donato al Ciss per le loro esigenze», ha detto Tiziano Cavestri presidente del Lions Omegna.
«Verranno consegnati 17 buoni pasto per un totale di 2.750 euro a famiglie con minori a carico - ha aggiunto Renzo Sandrini presidente del Ciss Cusio - altri 1.950 euro andranno a 28 persone sole con gravi difficoltà economiche e sociali e i restanti 700 euro sono destinati a famiglie senza minori. Altri soldi serviranno a pagare bollette a persone che non riescono a far fronte a queste spese».
«Verranno distribuite tessere tipo bancomat, realizzate grazie ai supermercati Savoini, validi come buoni spesa del valore di 50, 100 e 150 euro - ha spiegato Ivan Guarducci presidente della fondazione -. Anche la famiglia Savoini ha contribuito offrendo il 10% del valore della spesa».
Le famiglie che potranno beneficiare del contributo sono 53; 41 residenti ad Omegna, 9 a Gravellona Toce e 2 a Casale Corte Cerro.
Di queste famiglie, individuate attraverso la San Vincenzo e le parrocchie, solo 9 sono straniere; le altre sono tutte italiane.
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domenica 30 novembre 2014
115 anni
Ieri Emma Morano ha festeggiato 115 anni
La nonna di Verbania ha raggiunto un’altra tappa nel record di longevità che da tempo la rendono la più anziana d’Italia e d’Europa e la quinta al mondo
Nell’abitazione in vicolo San Leonardo sono giunti tantissimi auguri, alcuni dei quali molto speciali, come il mega-biglietto (un metro per un metro e mezzo) inviato da Carla Fracci, ambasciatrice di Milano Expo 2015, con «tutti gli auguri del mondo alla incredibile Emma» e l’invito alla esposizione universale. Anche il vice prefetto vicario del Vco le ha portato il messaggio indirizzato per l’occasione da Giorgio Napolitano. Il Capo dello Stato nel 2011 le aveva conferito l’onorificenza di Cavaliere e anche lo scorso anno le aveva fatto avere gli auguri.
domenica 9 novembre 2014
Slogan e polemiche
Manifestazione a colpi di slogan questa sera a Omegna durante il Consiglio comunale nel corso del quale si sarebbe dovuto discutere un ordine del giorno presentato dalla Lega Nord e Fratelli d'Italia in merito alla presenza di un gruppo di stranieri richiedenti asilo in città.
I due partiti hanno organizzato una sfilata dal centro sino al Forum, dove si teneva il Consiglio comunale (in tutto erano poche decine), ma ad attenderli c'era un centinaio di giovani di sinistra e del gruppo antifascisti del Vco. I due gruppi ci sono fronteggiati a colpi di slogan. Imponente la presenza delle forze dell'ordine .
Il Consiglio comunale si è concluso poco dopo le 23 con l'approvazione di un ordine del giorno approvato dalla sola maggioranza e presentato da Alyosha Matella in cui esprime solidarietà alle persone che richiedono asilo politico internazionale. Non hanno partecipato al voto i due consiglieri di minoranza Deriu e Lapidari in quanto non erano presenti al Consiglio i primi tre firmatari dell'ordine del giorno, ovvero Luigi Songa, Stefano Strada, Sergio Bisoglio. I tre non hanno partecipato dicendo che è stato impedito loro da parte degli altri manifestanti - i giovani di sinistra - di salire al Forum dove si svolgeva il Consiglio comunale.
da www.tuttonotizie.info
Il consiglio comunale dei giorni scorsi ha portato nuove polemiche tra i partiti di maggioranza di sinistra e quelli di minoranza di destra,
Possibile che con tutti i problemi che ci sono a questo mondo , Omegna compresa, ci si deve incaponire proprio su quei pochi giovani, provenienti soprattutto dal Mali, che sono alloggiati qui a Crusinallo nelle ex scuole elementari ?
Perché Songa and company non provvedono a creare una bella cooperativa di pulizie delle strade comunali , sporche e piene di buchi, crepe ecc ecc, con quei begli esemplari di giovani omegnesi scansafatiche che si danno al bullismo cronico e fanno danni ?
Magari potrebbero offrire un lavoro anche ai giovani africani, Offrire un mestiere ed un lavoro è senza dubbio più opportuno ed edificante che andare a fare i raid fascisti nelle vecchie scuole dove vivono da mesi questi giovani scappati da un paese povero ed in guerra con Al Qaeda....
domenica 15 giugno 2014
2 nuovi sacerdoti a Crusinallo
Nei giorni scorsi non ho potuto scrivere perché non funzionava il modem wifi , purtroppo
" Ieri alle 10, in cattedrale a Novara, il vescovo Franco Giulio Brambilla ha presieduto la concelebrazione per le ordinazioni di cinque nuovi sacerdoti, di cui tre diaconi originari della Diocesi e due frati cappuccini che operano nella comunità di San Nazzaro alla Costa a Novara. "
Don Marco Borghi e don Gabriele Vitiello, ventiseienni, sono della parrocchia di San Gaudenzio di Crusinallo di Omegna
Auguri ad entrambi per una scelta di vita importante ed impegnativa ...
domenica 8 giugno 2014
Spazio di ascolto donne
In questi ultimi giorni, dopo aver terminato di correggere le ultime verifiche ed aver consegnato le relazioni di fine anno ai coordinatori di classe, ho tirato il fiato ( finalmente ! ) e sono tornata a leggere anche la posta elettronica
Tra le mail della newsletter del Comune di Omegna ho trovato questa :
" Lo spazio di ascolto rivolto alle donne è gratuito.
Aperto il mercoledi' pomeriggio dalle 15.30 presso i locali sede A.N.PI. - Stazione ferroviaria di Omegna.
Chiama per un appuntamento 366 470 7326
Associazione di promozione sociale Anima Rei
animareiassociazione@gmail.com "
giovedì 17 aprile 2014
Addio ad Alberto Peretti
Alcuni anni fa ero andata , durante l'estate, in Germania con il solito gruppo di persone con cui viaggiavo spesso. Volevo vedere Dresda, dove era passato mio papà, prigioniero IMI durante la seconda guerra mondiale, andando da un campo di concentramento nazista ad un altro
Con me c'era anche Magda Peretti, che voleva vedere a Berlino i posti dove era stato in prigionia suo papà Alberto
Non fu un viaggio di piacere per noi due perché quei luoghi erano i luoghi della memoria di un periodo terribile e tragico che aveva visto le sofferenze dei nostri genitori Un periodo che li aveva segnati profondamente ed aveva distrutto la loro gioventù
Ho riletto proprio nei giorni scorsi nel nuovo libro di Lino Cerutti dedicato alla resistenza del VCO il racconto fatto da Alberto Peretti e la sua testimonianza di quello che passò nei lager. Come sempre mi sono commossa perché chi ha vissuto con loro non può non commuoversi
Anche il papà di Magda come il mio papà aveva la passione per lo sci e una volta raggiunta la pensione si era dedicato all'agonismo e aveva vinto nella categoria Master sei titoli mondiali con gli sci nello slalom gigante e due volte era arrivato secondo ai mondiali
Un uomo con una grande forza di volontà e con ancora la voglia di sconfiggere qualsiasi avversità e difficoltà che ha gareggiato e vinto sulle nevi di tutta Italia, ma anche nel resto dell’Europa e negli Stati Uniti
Sino a questa mattina quando ha tagliato l’ultimo traguardo
Il campione novantenne di Forno di Valstrona è spirato all’ospedale Maggiore di Novara, dove era stato ricoverato lunedì a causa delle gravi ferite riportate mentre con il figlio Ambrogio era intento a tagliare una pianta secca in un terreno della valle . Colpito dal tronco, riportando lesioni di una certa entità, era stato subito soccorso da un elicottero del 118 , trasportato a Borgosesia e poi trasferito al Maggiore di Novara
I funerali si svolgeranno a Forno
E' un momento molto doloroso per Magda e la sua famiglia e sono loro vicina con commozione e tanta tristezza
Ma il mio pensiero va' anche a quest'uomo coraggioso a cui auguro di poter continuare a volare sui suoi "legni" anche lassù nel cielo e a vincere tante altre gare di sci nel paradiso degli uomini buoni ...
venerdì 14 marzo 2014
Dati Anmil per l' 8 marzo
A Gravellona Toce l’Anmil, l’associazione nazionale mutilati e invalidi del lavoro del Vco, ha celebrato l’8 marzo con le donne infortunatesi sul lavoro
«Una donna che ha avuto un infortunio grave è due volte vittima - ha affermato il presidente dell’Anmil Giovanni Mirici Cappa -. Non ha più la vita di prima, viene sovente emarginata o comunque resta ai margini del mercato del lavoro e non riesce più ad essere la padrona di casa».
Una discriminazione a volte sottile come testimonia Francesca Colosimo: «Lavoravo in una struttura per anziani e nel sollevare una paziente mi sono ritrovata con un grave infortunio alla mano: quando sono tornata pur non potendo svolgere molte attività perché non avevo più la forza per farlo le facevo ugualmente perché non le avrebbe fatte nessuno.
Poi, vista la gravità dell’infortunio, l’Inail, che devo ringraziare perché mi hanno seguita con l’Anmil, mi hanno dato una rendita».
Tante storie uguali.
Come quella di Monica Ferzola. «Ho avuto amputate le dita della mano destra sotto una trancia - racconta -. È brutto quando si hanno dei bambini non poter fare quello che si vorrebbe: per tutto mi devo far aiutare. Ho avuto la fortuna di avere un marito e suoceri meravigliosi che mi hanno sostenuto quando ero depressa. Ancora oggi mi sveglio con l’incubo e rivedo la trancia che mi taglia le dita». Stesse parole per Roberta Primatesta che ha avuto anche lei un grave incidente e ora è vice presidente dell’Anmil.
«Siamo vicini a chi ha bisogno: questo è il nostro compito - ha affermato Monica Villavecchia direttrice Inail del Vco -. Purtroppo gli infortuni al femminile nel Vco sono in aumento. Sono ancora in elaborazione i dati del 2013, ma non si discostano da quelli del 2012 quando ci sono state 540 denunce di incidenti sul lavoro di donne, l’1,7% in più rispetto all’anno precedente; si tratta di incidenti in “itinere”, ovvero avvenuti nel tragitto casa-lavoro. Sempre nello stesso periodo abbiamo avuto 60 denunce di malattie professionali». da La Stampa VCO
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domenica 19 gennaio 2014
Meno soldi per difendere le donne
Non ci sono fondi per i servizi anti violenza sulle donne nel Vco. I due sportelli di Domodossola e Ornavasso sono attualmente gestiti da personale interno della Provincia, che si è fatta carico di portare avanti questo tipo di attività dopo il mancato sostegno economico, che prima era stanziato dalla Regione, per evitare la chiusura definitiva.
Sono stati quindi creati un numero e una mail di riferimento per le donne vittime di violenza e stalking. A loro si garantisce un servizio di prima accoglienza, per poi essere indirizzate, in base alle esigenze, ai vari enti competenti in virtù del protocollo d’intesa firmato a ottobre.
L’accordo prevede anche la collaborazione di privati, in particolare cooperative sociali come «La Bitta» di Domodossola, che fino all’anno scorso gestiva gli sportelli provinciali in seguito all’assegnazione tramite bando e che ora continua a garantire il suo appoggio con servizi di sostegno psicologico finanziati con la raccolta fondi del progetto «Giù le mani».
«La Provincia, con la perdita dei fondi regionali, ha avuto due possibilità: chiudere i servizi anti violenza o cercare un modo per andare avanti - spiega l’assessore provinciale alle Pari opportunità Guidina Dal Sasso -. Il numero di casi registrati e di violenze nel nostro territorio è alto, non deve essere sottovalutato».
Ma per qualcuno non è stato fatto abbastanza, in particolare il Partito democratico ha sottolineato la necessità di una maggiore sinergia tra i Comuni: «Il problema della violenza esiste e non deve essere sottovalutato - afferma Antonella Trapani, segretaria del Pd provinciale -. Temo che questa sia solo una soluzione tampone, che non risolve del tutto la questione. I Comuni dovrebbero unire le risorse per garantire questi servizi essenziali».
«Nel 2006 quando abbiamo dato vita allo sportello donna domese vi era maggiore consapevolezza - aggiunge Lilliana Graziobelli, assessore ai Servizi sociali di Domodossola -. Serve maggiore sinergia e l’impiego di persone formate per accogliere le vittime».
Il numero di riferimento per mettersi in contatto con lo sportello donna è 337.1002054, la mail sportellodonna@provincia.verbania.it.
da La Stampa VCO
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