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giovedì 23 aprile 2020

25 aprile Resistenza

Sabato è il 25 Aprile, festa della Liberazione dal nazifascismo. Tutte le celebrazioni saranno on line quest'anno. La Casa della Resistenza di Fondotoce ha organizzato, online,un vasto programma
Basta cliccare qui per leggere l'articolo con tutto il programma.
Sono passati 75 anni da quel giorno  ma mia mamma, che spesso ormai dimentica tante cose e in certi momenti chiede chi sei, perché a 96 anni la memoria è ballerina, ancora spesso parla della guerra
Una guerra per lei dolorosa perché hs vissuto in prima persona tanti orrori che anche qui sono accaduti, purtroppo.
Lavorava alla Cobianchi, la ferriera che ora non c'è più, era impiegata e negli uffici doveva convivere con i fascisti che avevano lì il presidio.
C'era anche un ufficiale SS tedesco, un altoatesino giovanissimo di cui aveva un sacro terrore perché disumano, come lo definisce lei.
E poi di notte andava in ospedale, il vecchio ospedale di Omegna, usato attualmente per la sanità e per uffici, con le suore nelle cantine a curare i partigiani feriti. Aveva frequentato dei corsi a Novara ed aveva un diploma, rosicchiato anni dopo dai topi che in solaio erano entrati silenziosi ed affamati.
Un rischio grave per lei e per le suore perché sopra erano ricoverati i fascisti feriti.
Per anni quando incontravamo il Dario Cola, lui ricordava sempre l'aiuto prezioso dell'amica Ada. E il Bortolo Consoli veniva spesso a casa a trovarla. Io posseggo ancora alcuni libri che mi ha regalato pochi anni prima di morire, un dono prezioso per me che nel corso degli anni ho creato una vasta collezione  di libri sulla guerra e soprattutto  sui sopravvissuti e le loro esperienze nei campi di concentramento  e di sterminio 
Dopo la sanguinosa battaglia di Gravellona, è salita a Chesio in Valle Strona con la sua amica Luisanna, di Gravellona, ed altre donne mandate da don Annichini, a curare i feriti partigiani. Un massacro di sangue che non ha mai dimenticato. Ne parlava spesso fino a pochi anni fa. Lei è tornata a casa il giorno dopo, con la macchina della volante rossa ed il dottor Balconi, perché non voleva che ci fossero rappresaglie sui genitori, in particolare su mio nonno Filippo, che era il responsabile della manutenzione dei forni della Cobianchi e parlava il tedesco, essendo stato a lavorare in Germania prima della prima guerra mondiale, e che , quando c'erano guasti in fabbrica o problemi ai forni, doveva restare anche con il coprifuoco per poi essere riaccompagnato a casa da due anziani soldati tedeschi della Werchmat, di servizio in fabbrica. Quando rientrava a notte fonda mia nonna Maria, rimasta ore in apprensione, li sentiva fin da quando erano nella futura via Bariselli / nome dato alla via di Crusinallo dopo la guerra a ricordo dei partigiani fratelli Bariselli assassinati dai fascisti/ perché cantavano tutti e tre in tedesco....
La sua amica Luisanna che lavorava anche lei alla Cobianchi,  rimase invece a Chesio ed accompagnò i partigiani sopravvissuti in Ossola attraverso le montagne e poi in Svizzera e rientrò a casa solo nel maggio 45.
Un altro ricordo molto doloroso per mia mamma fu l'episodio della fucilazione dei tre partigiani sul Largo Cobianchi perché quando li portarono in obitorio in ospedale lei era lì con una delle suore e riconobbe subito uno dei tre, un suo coetaneo compagno di scuola. Ha sempre detto che per lei era ancora vivo mentre la suora ha continuato a dirle che era già deceduto, ma che erano i nervi che lo facevano sussultare, visto la sua giovane età 
E ancora adesso ogni tanto si sveglia di notte urlando per una pistola. La pistola che un giovane fascista ubriaco le ha puntato adosso vicino al ponte sullo Strona, mentre andava al lavoro un mattino d'inverno, perché aveva ai piedi degli scarponcini robusti e comodi. Il fascista ha continuato a puntarle addosso la pistola dicendole che era di sicuro amica dei partigiani con quegli scarponcini lì... in effetti era nevicato tanto quell'inverno e mio nonno le aveva procurato scarpe solide per andare al lavoro a piedi !
Sono stati anni molto difficili quelli della guerra anche qui e sono morti tanti giovani che hanno dato la vita per la libertà su in montagna.  Ed altri sono rimasti feriti conservando su di sé ed in sé ferite profonde
Come l'amico d'infanzia di mia mamma, che per anni è vissuto qui vicino a noi, l'Ivano, ed è mancato un paio di anni fa anziano e con ancora una pallottola fascista a pochi millimetri dal cuore, a ricordargli per sempre la battaglia fatta in Valle Strona, quando furono attaccati dalle truppe fasciste ed SS, provenienti dalla Val Sesia. Feroci e ben equipaggiati e preposti all'assassinio dei giovani partigiani italiani.
Mia mamma ha sempre parlato della guerra in casa e per anni siamo andate a Crusinallo il mattino del 25 Aprile al cimitero di Crusinallo ad ascoltare la messa, ma non è mai entrata in politica e mai nessuno è venuto a chiederle un ricordo....
Hanno pubblicato recentemente libri  di chi ha fatto il partigiano ... andando in Svizzera il prima possibile
Quando le ho acquistato quel libro e lo ha letto, si è infuriata tremendamente perché quel signore aveva scritto che le donne che erano salite a Chesio erano " scappate" via ed erano tornate subito a Omegna !!!
Se lo avesse avuto sottomano sicuramente avrebbe passato un gran brutto quarto d'ora perché per giorni ha conrinuato a borbottare che lei aveva rischiato la pelle e i miei nonni avevano rischiato di farsi bruciare la casa per essere andata a curare i partigiani per due anni e passa e guarda un po'" quell'asino" cosa era andato a scrivere. Era tra l'altro rimasta solo lei di quelle donne perché né la Luna né la Teresita né le altre quattro o cinque, più anziane, erano morte, come non c'era  più  neppure la signora Pina Rizzoni di Cireggio, che sapeva tutto di loro.
Ed era già morto anche mio papà che lei aveva sposato nel 1951.
Mio papà era un IMI , un internato militare italuano, uno schiavo di Hitler, uno dei soldati che dopo l'otto settembre  1943, fu preso dai nazisti e mandato in campo di concentramento. Si è sempre rifiutato di firmare e di ritornare in Italia nelle milizie fasciste. Anche se con tanti anni di ritardo e anche quando molti di loro erano ormai morti, sono stati riconosciuti finalmente come resistenti al Fascismo.
Di lui mi restano le medaglie e l'attestato ricevuto dal Presidente Pertini e dal ministro Spadolini per essersi opposto al Fascismo ed aver patito tutti gli orrori dei campi di concentramento nazisti, dalla Polonia delle miniere di Bialistock, Buslau e Breslau, a Gorlitz in Germania, a Torgau, dove di là  dai reticolato vedeva altri uomini mal ridotti peggio di lui con delle lercie casacche a righe,  e ad un lungo percorso di campi e sotto campi negli ultimi mesi della guerra, quando i nazisti si ritiravano, fino alla liberazione da parte di un contingente canadese vicino al mare del nord nel maggio 45.
È ritornato a casa in Val di Susa nel settembre 45 quando ormai sua mamma e le sue due sorelle disperavano di rivederlo vivo.
Ha conservato per tutta la vita le cicatrici delle schegge prese durante un bombardamento ad un campo da parte degli alleati e i segni dei morsi di un cane, usato dai nazisti per recuperare i prigionieri scappati dalle baracche di legno durante un altro bombardamento, sul polso sinistro. Incubi che ha cercato di seppellire in una vita normale e teanquilla divisa tra il lavoro la famiglia e la passione per lo sci, ma che ogni tanto riaffioravano, in particolare nell'ultimo periodo in cui ammalato e grave è tornato a ricordare orrori che aveva sepolto nella mente per anni.
Chi è  vissuto con queste persone sopravissute a tante brutalità, mia mamma, mio papa,  mia nonna, che quando al giovedì  andava al mercato fu più  volte rastrellata dai fascisti e portata alle scuole do Omegna, dove io ho passato buona parte della mia vita lavorativa, in ostaggio, non può  che festeggiare sempre e comunque il 25 aprile. E sabato alle 15, come ha chiesto l' Anpi, canterò insieme con lei Bella Ciao, che spesso cantiamo anche la sera prima di addormentarci. Per non dimenticare che la nostra libertà è  nata grazie ai sacrifici di tutti loro.

martedì 16 dicembre 2014

Intervento di Michele Beltrami a Castelletto Ticino

CASTELLETTO TICINO
RICORDO DEI PARTIGIANI FUCILATI DAI FASCISTI AL PORTO
1° NOVEMBRE 1944 - 1° NOVEMBRE 2014
intervento di Michele Beltrami
 "Avrei dovuto essere qui con voi il 25 aprile scorso, ma ho dovuto con mio grande rammarico rinunciare, promettendo però che sarei venuto il 1° novembre. Eccomi quindi in questa piazza, dopo essere stato il 24 ottobre a Novara a ricordare gli otto patrioti che fra il 17 e il 24 ottobre 1944 furono massacrati dai fascisti. Memoria quindi di due eventi tragici.
Ma essere qui a Castelletto mi permette di condividere con voi un ricordo lieto, il ricordo del vostro concittadino, del vostro e nostro Albino Caletti, il mitico “Capitano Bruno”. Un ricordo commosso, che è simboleggiato da una piccola scatola nelle quale conserviamo una ventina di distintivi dell’URSS che il capitano Bruno anno dopo anno donava a nostro figlio Matteo.
Un grande affetto aveva il Capitano Bruno per tutta la nostra famiglia. La famiglia del “Capitano” a fianco del quale aveva combattuto, con il coraggio e la lealtà che sempre contraddistinguevano il suo agire. Fu proprio per la fiducia che il “Capitano” riponeva in lui che gli fu affidata la missione di recuperare il primo lancio destinato alla formazione, lancio che arriverà proprio quel tragico 13 febbraio. Nel libretto “Tre volte trent’anni” che celebrava i 90 anni di Bruno si legge: Il non essere stato presente alla battaglia di Mégolo lascerà in Bruno il dubbio che qualcosa avrebbe potuto andare diversamente quel giorno al Cortavolo. Se fossi stato presente (sono le sue parole) avrei cercato di dissuadere Beltrami dall’accettare lo scontro … ma sarei poi rimasto al suo fianco come hanno fatto gli altri, caduti con lui.
Il libretto mi fu donato dallo stesso Bruno con la dedica Caro Michele e fratelli un piccolo ricordo di un partigiano del cap. Beltrami. Non è un piccolo ricordo, ma un prezioso ricordo di un grande uomo, di un grande combattente per la libertà.
Ma bisogna dire che, oltre ad Albino Caletti, furono molti (quasi 120) i cittadini di Castelletto che presero parte alla Guerra di Liberazione, sia come partigiani combattenti, sia come membri del CLN. E Castelletto divenne, come testimoniò il vostro concittadino Arturo Lorenzini, “un centro importante, sia per l’invio di giovani nelle formazioni di montagna, sia per informazioni, viveri e denari che raccoglievamo per il sostegno della lotta armata”.
Fra i castellettesi caduti vorrei in particolare ricordare Dario Sibilia, il cui nome non compare accanto a quelli dei partigiani caduti. Era un diciottenne allievo dell’Accademia Navale, che l'8 settembre con altri 8 compagni di accademia raggiunse il rinato Esercito Italiano nel quale combatté e morì nella terribile battaglia di Montelungo l'8 dicembre 1943. Mi colpisce la giovane età: era coetaneo di Gaspare Pajetta che combatté e morì a Mégolo insieme al papà. Due “giovani come voi” come diceva Calamandrei parlando agli studenti milanesi.
Non erano invece di Castelletto i cinque partigiani che vennero fucilati 70 anni fa in questo luogo e dei quali è comunque bene ripetere ogni volta i nomi, sottolineando l’età, e onorare la memoria:
veniva da Vigevano Giovanni Barbieri, 44 anni
da Torino Teresio Clari , 30 anni
da Milano Ernesto Colombo, 18 anni
da Invorio Sergio Gamarra, 19 anni
da Bogogno Luciano Lagno, 23 anni
e da Taino Carlo Boca, 17 anni, che all’ultimo fu graziato
Erano sei partigiani, tre giovanissimi. Si trovarono a combattere in queste zone e, nel corso di un rastrellamento nel Basso Vergante, furono catturati e rinchiusi nel carcere di Arona, dove subirono percosse e sevizie e alla fine furono condotti qui per essere fucilati davanti alla popolazione di Castelletto, costretta ad assistere al macabro spettacolo. Persino i passeggeri dei treni in sosta vennero appositamente fatti scendere perché pur’essi fossero spettatori.
L’assassinio nelle piazze e nelle vie delle città, e comunque nei luoghi abitati, era l’operazione preferita dai capi fascisti “perché, sono parole di Vezzalini, i morti fanno spettacolo, la popolazione deve vedere …”. In particolare doveva vedere e rabbrividire la popolazione di Castelletto, la cui ostilità verso i fascisti e quindi anche verso gli occupanti nazisti si era sviluppata ed era cresciuta fino a concretarsi in svariate azioni di sostegno delle formazioni partigiane.

L’assassinio in pubblico avveniva per vendetta o meglio per rappresaglia. I fucilati, i massacrati non erano quasi mai i diretti responsabili delle sconfitte o delle perdite subite dai fascisti. Non lo erano i massacrati di Novara del 24 ottobre 1944; non lo erano i fucilati di Castelletto Ticino, che non c’entravano nulla con la fucilazione da parte dei partigiani dell’ ufficiale della "X MAS" Leonardi, avvenuta il 29 0ttobre.
Quanto avvenne qui 70 anni fa voi lo sapete, fa parte della memoria di Castelletto, è documentato, vi è stato più volte narrato. Ed è giusto così, perché, anche se i fucilati non erano di Castelletto, il luogo e il modo con cui questa fucilazione venne eseguita dimostra la volontà dei fascisti, in particolare dell’Ungarelli, di offendere e intimorire proprio Castelletto, di ferire Castelletto.
A fronte della vigliaccheria e della ferocia dei fascisti sta il coraggio e la dignità dei condannati che, come scrive il Massara, “Allineati di fronte alla popolazione e al plotone d’esecuzione intonano con voce ferma la canzone partigiana ‘che importa se ci chiaman banditi, il popolo conosce i suoi figli’”. Il giovanissimo Carlo Boca, che l’Ungarelli decide all’ultimo di graziare, intimorito dalla reazione della popolazione, corre ad abbracciare i suoi morituri compagni e a forza i militi lo allontanato da loro, per poi riportarlo nel carcere di Arona, dal quale riuscirà a evadere prima della Liberazione.
Lo stesso coraggio e la stessa dignità si ritrovano nella lettera che Sergio Gamarra scrive alla madre poco prima di essere fucilato:

Cara mamma,
oggi è giunta la mia ultima ora ma non mi importa di morire. Perdonami se ho mancato, se sono andato via senza il tuo permesso, ma muoio contento come un buon cristiano e un vero italiano.
Salutami tutti gli amici e parenti e i vicini. Non arrabbiarti con nessuno.
Ricevi un grosso bacio e così pure ai fratellini e alla zia Nenè.
Tuo per sempre
Sergio

Per coincidenza proprio nella stessa data vengono fucilati da un plotone di fascisti nel fossato della fortezza del Priamar a Savona sei partigiani (anche qui sei condannati!), tre uomini e tre donne. Una di queste, Paola Garelli “Mirka” scrive una lettera alla figlia:

Mimma cara,
la tua mamma se ne va pensandoti e amandoti, mia creatura adorata, sii buona, studia ed ubbidisci sempre gli zii che t'allevano, amali come fossi io. Io sono tranquilla.
Tu devi dire a tutti i nostri cari parenti, nonna e gli altri, che mi perdonino il dolore che do loro.
Non devi piangere né vergognarti per me. Quando sarai grande capirai meglio.
Ti chiedo una cosa sola: studia, io ti proteggerò dal cielo.
Abbraccio con il pensiero te e tutti, ricordandoti.
La tua infelice mamma

Sergio Gamarra, 19 anni, scrive alla mamma, Paola Garelli, 28 anni, scrive alla figlia. Entrambi chiedono perdono per il dolore provocato, Sergio alla mamma, Paola a tutta la famiglia. Ma entrambi sono consapevoli di aver fatto la scelta giusta e vanno a morire sereni.
Sorprende questa comunanza di sentimenti fra due persone diverse per età, per sesso e per origine, che combatterono e morirono in luoghi fra loro distanti.
Sorprende, ma ci fa capire che c’era un denominatore comune, c’erano sentimenti e ideali comuni che muovevano i partigiani, che combattessero in Piemonte, o in Liguria, in Emilia, in o nel Molise, come peraltro testimoniano le lettere dei condannati a morte della Resistenza.
Per questo io credo che ogni volta che in un luogo si ricorda un evento o un caduto sia opportuno ricordare anche quanto accadde in altri luoghi, ricordare altre persone cadute anche distante.
Accostare i fucilati di Castelletto con i fucilati di Savona, leggere insieme le lettere di due caduti, non significa per me sminuire l’importanza di quanto accaduto a Castelletto, ma di contro significa inserire la memoria dei fucilati di Castelletto nella memoria di tutti i caduti per la libertà.
Ricordiamo un evento per ricordarli tutti, ricordiamo un caduto per ricordarli tutti, tutti quei “centomila morti” col sangue dei quali, come diceva Piero Calamandrei, è stata scritta la nostra Costituzione.

Intervento di Michele Beltrami a Novara

TRUCIDATI DI PIAZZA MARTIRI E PIAZZA CAVOUR
70° ANNIVERSARIO
NOVARA 24 ottobre 2014
Intervento di Michele Beltrami
" Avevo qualche perplessità ad accettare di intervenire a questa vostra manifestazione sia per altri impegni sempre legati al 70° della Resistenza sia perché sono già intervenuto proprio qui a Novara il 25 aprile 2008. L’Assessore Paola Turchelli e il dottor Giovanni Cerutti, direttore dell’Istituto della Resistenza mi hanno convinto a sciogliere ogni riserva ed ora eccomi qui.
Quelli di voi che hanno assistito al mio precedente intervento mi perdoneranno se qualcosa di ciò che vado a dire oggi suonerà loro come “già sentito”.
Enrico Massara, nella sua “Antologia dell’antifascismo e della resistenza novarese”, all’inizio del capitolo dedicato all’eccidio che oggi ricordiamo, scrive “A Novara, immediatamente dopo l’8 settembre ’43, nascono i primi gruppi di resistenza, le prime squadre d’azione partigiana (SAP) che operano sia nel capoluogo che nei paesi del circondario”.
Questa tempestiva reazione si spiega col fatto che a Novara l’opposizione al fascismo non era mai venuta meno: si pensi a quanto accadde nella frazione di Lumellogno, dove la popolazione il 15 e il 16 luglio del 1922 si rese protagonista di un eroico episodio di resistenza a una spedizione punitiva dei fascisti, sopportando alcune perdite e numerosi feriti, come accadde a Parma e a Sarzana. Episodio per il quale la Città di Novara nel 2007 fu insignita di medaglia d’oro.
L’opposizione, continuò nella clandestinità per poi riemergere il 25 luglio 1943 e prepararsi a quello che sarebbe stato il suo periodo più duro, ma anche più glorioso.
Durante i quarantacinque giorni del governo Badoglio molte persone e gruppi di persone che in diversi luoghi avevano costituito una rete sotterranea nella città negli anni della dittatura, divennero attori di una palese mobilitazione antifascista, per poi sparire nuovamente nell'ombra dopo l'8 settembre '43, senza peraltro cessare la loro attività. Attività che favorì la nascita e l’organizzazione dei primi gruppi di resistenza in città e i contatti con le brigate che andavano formandosi in collina e in montagna, verso le quali molti giovani novaresi si avviarono.
Fra queste il Massara ricorda in particolare“… il gruppo guidato da Filippo Maria Beltrami, il Capitano, che opera nel Cusio…”.
Il sorgere e il rafforzarsi dell’attività partigiana e il crescere dell’ostilità che circonda nell’opinione pubblica il risorto fascismo e l’occupante tedesco preoccupano il governo di Salò che, a Novara, sostituisce nella carica di Commissario Prefettizio Tuninetti, giudicato troppo morbido, prima con Gargano Barbera, quindi con Enrico Vezzalini. La gestione di Vezzalini, con l’ausilio di due questori succedutisi nell’incarico, Ugo Abrate e Emilio Pasqualy, contraddistingue una lunga stagione di terrore in città e nella fascia circostante.
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In particolare, come ricorda Massara, “l’assassinio nelle piazze e nelle vie della Città, e comunque nei luoghi abitati è l’operazione preferita dai capi della Squadraccia perché i morti fanno spettacolo, la popolazione deve vedere …”.
La ferocia della Squadraccia era tale che persino il sottosegretario agli interni della Repubblica Sociale, Giorgio Pini, dopo un’ispezione a Novara nel novembre del 1944, la definì “formazione di torturatori criminali” e costituì motivo di preoccupazione presso gli stessi tedeschi che ne caldeggiarono l’allontanamento, insieme a quello dello stesso Vezzalini.
Solo nel gennaio del 1945 furono trasferiti a Modena. Il Vezzalini alla Liberazione fu catturato, processato e fucilato a Novara  Gli altri dopo la Liberazione furono arrestati, processati e condannati, ma riuscirono presto a tornare liberi. Qualcuno di loro fu persino eletto nel Parlamento della Repubblica. Così come molti altri criminali fascisti.
Vengano i negazionisti, i revisionisti, i fautori della memoria condivisa in queste piazze novaresi, vengano in questa piazza Cavour, vengano in Piazza Martiri della Libertà (allora Piazza Vittorio Emanuele II) dove 70 anni fa, nell’ottobre del 1944, vennero trucidati gli otto giovani che oggi ricordiamo. Leggano le lapidi. Si facciano raccontare cosa è successo e ci dicano poi cosa si può negare, cosa si può rivedere, quale memoria si può condividere.
Qui, in questa piazza, il 17 ottobre venne fucilato un giovane “patriota”, il carabiniere Natale Olivieri, che era stato catturato a Biandrate. Quindi, nella sola giornata del 24 ottobre, vennero uccisi dai fascisti della “squadraccia”, per vendetta della sconfitta subita in uno scontro coi partigiani, altri sette “patrioti” (così è doveroso chiamarli), 
tre in piazza Martiri
Giovanni Bellandi
Ludovico Bertona
Aldo Fizzotti
e quattro in piazza Cavour
Vittorio Aina
Mario Campagnoli
Emilio Lavizzari
Giuseppe Piccini
prelevati dal carcere dove erano stati rinchiusi e tutti a lungo e brutalmente percossi dal Pasqualy e dal suo aiutante, il “boia” Martino
Ma neppure da morti questi otto poveretti ebbero pace. I loro cadaveri vengono lasciati a lungo senza sepoltura e vengono vilipesi dalle ausiliarie fasciste.
Credo che molte cose siano state narrate nel corso delle commemorazioni che anno dopo anno hanno ricordato questi tragici episodi e questi otto caduti, ma io voglio soffermarmi sulla figura di Natale Olivieri, del quale nulla sapevo.
Il carabiniere Natale Olivieri, entrato nella Resistenza dopo l’8 settembre, era partigiano della Brigata "Osella". Per evitare rappresaglie contro i civili, si consegnò ai fascisti che lo cercavano. Venne bastonato, preso a calci, vilipeso e quindi trascinato da Biandrate a Novara dalla "Squadraccia". Arrivato a Novara, fu nuovamente torturato. Qualche ora più tardi, più morto che vivo, venne fucilato in piazza Vittorio Emanuele II (ora Piazza Martiri della Libertà). 
Il prof. Piero Fornara, ebbe modo di ricordare: "...attorno al cadavere di Olivieri pietà e odio, dolore e sarcasmi si susseguirono sino al tramonto. Le Ausiliarie danzano sopra il cadavere e gli cacciano i tacchi nella faccia, altri sono forzati a sputare sul morto...".
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Ma, permettetemi la digressione, non sapevo nulla neppure del giovane Giuseppe Cortellucci, anche lui carabiniere, che seguì sui sentieri dell’estremo ponente ligure Felice Cascione, l’eroico comandante partigiano, autore della canzone “Fischia il vento”¸ catturato dai tedeschi e ucciso dai fascisti al termine di un combattimento nel gennaio del 1944.
Nella bella ricostruzione della figura di Cascione, che recentemente ci ha donato Donatella Alfonso, si legge: “Felice Cascione vede i tedeschi catturare Cortellucci, il carabiniere. E grida: Lasciate libero quest’uomo, sono io che l’ho costretto a venire in banda, sono io il comandante!... Carabinè [questo il suo nome di battaglia] ricorda solo questo, prima di svenire per le botte e la disperazione”. Cortellucci viene portato via dai tedeschi, poi i carabinieri intervengono (Cascione aveva detto che era suo prigioniero) e viene riarruolato. Diserta un'altra volta. Raggiunge la formazione "Cascione" e quando si trova isolato in uno scontro a fuoco si uccide."
Ho appreso della vicenda di questi due giovani, di queste due belle ed eroiche figure, quasi negli stessi giorni e per questo ho voluto accostarle e condividere con voi due pensieri con i quali vado a concludere.
In primo luogo nella Resistenza combatterono molti giovani carabinieri, che dopo l’8 settembre, scelsero di raggiungere le formazioni partigiane, nelle quali combatterono eroicamente, spesso pagando con la vita. E questo è giusto sottolinearlo proprio oggi qui a Novara.
In secondo luogo, così come la figura di Natale Olivieri mi ha fatto pensare a quella di Giuseppe Cortellucci, la vicenda e la fine di Felice Cascione mi ricordano la vicenda e la fine del papà, del Capitano.
E questo mi commuove e mi stimola a ragionare sulla profonda comunanza di ideali, di coraggio, di spirito di sacrificio che c’era anche fra uomini che non s’incontrarono mai, che combatterono in luoghi fra loro lontani, che erano spesso diversi per età, per ambiente, per formazione culturale e politica.
Anche questo fu la Resistenza ed è con questo spirito, privo di ogni campanilismo , che noi oggi dobbiamo ricordare gli otto giovani trucidati 70 anni fa nelle piazze di Novara, la cui memoria non potrà mai essere mai essere condivisa con quella dei loro assassini, di quella “formazione di torturatori criminali” come furono definiti dai loro stessi camerati.
Fra pochi mesi, il 25 aprile del 2015, termina il 70° anniversario della Resistenza, ma non devono cessare le occasioni di ricordo.
Molti fatti, molte figure dobbiamo ancora far venire alla luce, molte storie da raccontare o da farci raccontare, molti strumenti da mettere in campo perché la memoria non si perda.
W la Resistenza! "

lunedì 15 dicembre 2014

Intervento di Michele Beltrami all'Alpe Camasca

Ho incontrato Michele, il figlio del Capitano Beltrami, alla cerimonia di premiazione degli ultimi vincitori del Premio della Resistenza Città di Omegna 
In quell'occasione mi aveva promesso che mi avrebbe fatto avere alcuni dei suoi recenti interventi nei luoghi dove sono stati uccisi i partigiani del Novarese e del Cusio-Verbano -Ossola durante la seconda Guerra mondiale 
Pubblico per primo il suo discorso al Sentiero Beltrami  all' ALPE CAMASCA il 16 agosto 2014
Un grazie molto sentito a Michele per avermi permesso di pubblicare in questo blog le sue parole preziose 
Per non dimenticare Per riflettere su ciò che sta succedendo ora ... 

" Ogni volta che torno qui in Camasca penso che qui è iniziata l’avventura partigiana del papà e che in una di queste baite il papà e la mamma hanno passato insieme gli ultimi giorni, prima che la mamma ritornasse da noi figli e il papà proseguisse la lotta, fino al tragico epilogo di là dai monti.
Sul papà, sul suo ruolo nella Resistenza nel Cusio-Ossola, sulle cause e sull’opportunità della battaglia di Mégolo molto è stato scritto e molte parole sono state dette, anche qui, in altre occasioni.
Io voglio oggi riprendere invece quanto scrisse nel lontano settembre 1946 Piero Calamandrei, recensendo su “Il Ponte” la prima edizione del libro della mamma “Il Capitano”. È, per me, non solo della più bella e commossa recensione del libro, ma anche del più bel ritratto dei nostri genitori.
Ve ne leggo alcuni passi, rammaricandomi di non avere, né di saper imitare, la calda parlata toscana che ci è riportata dalle registrazioni dei suoi discorsi.
" Allora, quando lo conobbi alla sfuggita, mi pare nell’estate dei ‘42, non era il “Capitano”: era soltanto un architetto, un professionista come tanti altri, taciturno forse e pensoso un po’ più degli altri. Ora l’immagine di lui, lasciatami da quel primo incontro distratto in mezzo ad altra compagnia, mi sfugge: eppure, ora, mi sarebbe assai cara e preziosa. Chi avrebbe potuto prevedere questo destino? Ricordo soltanto che, presentati da altri amici, salirono anche loro, i coniugi Giuliana e Filippo Beltrami, a vedere il tramonto [sulla pineta] dalla nostra terrazza. Mi par di ricordare che i coniugi Beltrami amavano stare vicini, senza mescolarsi alla conversazione, confidandosi a bassa voce, appoggiati alla ringhiera, le loro impressioni.
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Ora i pini non ci sono più: in quattro anni il mondo ha cambiato faccia. C’è un deserto calcinato al posto della pineta; e nessuno più sale ad ammirare il panorama dalla terrazza. di cui le cannonate hanno frantumato la scala. E l’architetto è diventato ‘il Capitano”: un’ombra eroica, il fondatore e l’animatore di una delle prime bande partigiane dell’Alta Italia, di cui per quattro mesi la gente nella zona dei laghi intorno a Omegna ha parlato come di un capo leggendario,fino a che, di azione in azione, il 13 febbraio 1944 è caduto a Mégolo, combattendo in campo aperto contro la battuta dei tedeschi e dei fascisti; lui e pochi fedeli, forse una ventina, contro un esercito.
Ed ecco che la moglie ora dedica all’ombra del “Capitano” questa prosa nitida e casalinga, colla quale ella si sforza di capire, e di far capire al lettore, perché egli ha preferito questa morte alla felicità: sicché il lettore non sa se più amare in queste pagine la franca naturalezza con cui quest’uomo libero, questo borghese senz’enfasi e senza retorica, sceglie la via della morte, o la discrezione con cui la moglie racconta di lui e di loro due, con quest’aria di sincerità trasparente e lieve che non fa pesare su chi legge il dolore di lei rimasta sola, e lascia nel ricordo un senso di purezza e quel sorriso solare che ha l’immagine di lui sulla copertina.
Alla fine del piccolo libro si pensa: “Dunque nel mondo possono nascere ancora uomini così: dunque il mondo non è finito...”. E questo pare un conforto; ma, più che un conforto, è un mistero. Da quale forza sono spinti gli uomini come questo? Era un uomo felice. Aveva l’amore della sua donna, aveva i suoi figliuoli, la gioia del lavoro, tutta una vita da vivere dinanzi a sè. Nessuno glielo imponeva, nessuno glielo chiedeva: era un borghese pacifico, senza ambizioni, non iscritto ad un partito. Ogni obbligo legale si sfasciava in quel momento (era la fine del settembre ‘43), ognuno andava per conto suo: tutti, lì dai laghi, si affrettavano a rifugiarsi in Svizzera. Sarebbe stato facile, anche a lui, mettersi in salvo colla sua famiglia: quale fu il misterioso movente che gli insegnò un’altra strada?
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Le pagine più toccanti di questo libro sono quelle che riferiscono i colloqui tra questa moglie e questo marito, che parlano a bassa voce, seduti dinanzi al fuoco nella villa solitaria o nella baita di montagna, dov’è il comando del “Capitano”. Intorno c’è l’ansia del pericolo; e loro due prima di addormentarsi conversano come due amici, in tono semplice, quasi scherzoso, timorosi di adoprare parole troppo grandi e troppo serie, quando il dialogo li porta a parlare di quello che è il punto d’incrocio di tutti i fili della vita: il perché della morte, il perché del dovere.
Nell’ultima sua lettera alla moglie, consegnatale dopo la sua morte, c’è una frase rivelatrice:
“...io ho voluto e desiderato questa prova, che mi viene imposta da un più alto e strano senso del dovere”. Anch’egli, alla vigilia della morte, mentr’era pronto ad obbedire a questa voce del dovere, ne avvertiva la natura misteriosa e inesplicabile: “alto e strano senso del dovere”. Anch’egli lo chiamava “strano”: estraneo, sì, a tutte le leggi utilitarie conosciute dai biologi."
Questo scriveva Calamandrei nel 1946. Lo stesso Calamandrei che, terminando il famoso discorso sulla Costituzione, pronunciò le parole che tutti noi antifascisti abbiamo stampate in testa e che è opportuno ricordare qui oggi:
Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra Costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati. Dovunque è morto un italiano per riscattare la libertà e la dignità, andate lì, o giovani, col pensiero perché lì è nata la nostra costituzione.
Il discorso fu pronunciato da Piero Calamandrei nel 1955 a Milano per l’inaugurazione di un ciclo di sette conferenze sulla Costituzione italiana organizzato da un gruppo di studenti universitari e medi per illustrare in modo accessibile a tutti i principi morali e giuridici che stanno a fondamento della nostra vita associativa.
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E fu proprio la mamma ad aiutare questi studenti a organizzare il ciclo di conferenze.
Ora, pensando al papà che su queste montagne si è sacrificato e alla mamma che ha dedicato gran parte della sua vita a studiare e a diffondere la lettera e lo spirito della Costituzione nata dalla Resistenza, come posso io loro figlio, come possiamo noi loro figli non sentirci angosciati e offesi di fronte all’improvvida leggerezza con cui, e con quali alleanze, vengono affrontate oggi le riforme istituzionali.
Sarebbe bene che questi nostri giovani governanti seguissero anch’essi l’invito di Calamandrei e venissero in pellegrinaggio nei luoghi dove sono caduti i partigiani, nei luoghi dove è nata la nostra Costituzione. "

martedì 8 aprile 2014

Le Rive e la Resistenza nel VCO

Sabato scorso presso la Biblioteca Civica Gianni Rodari ad Omegna Filippo Colombara ha parlato degli scioperi del 1944 nella nostra zona
Venerdì prossimo, 11 aprile, sempre in Biblioteca, alle ore  17, 30, verrà presentato il libro di Lino Cerutti  " Le Rive e la Resistenza nel Verbano Cusio Ossola" , con la presenza dell'autore e di Mauro Begozzi
Il volume raccoglie gli articoli pubblicati negli anni scorsi sulla rivista  Le Rive riguardanti il periodo della Resistenza qui ad Omegna e in Valle Strona
Per la prima volta saranno raccontate anche le vicende della famiglie ebree che furono nascoste in Valle
Saranno anche presenti 3 deportati nei lager nazisti, che parleranno delle loro esperienze in quei terribili anni di guerra

lunedì 17 febbraio 2014

Musetto superstar

In questa foto del quotidiano La Stampa, Musetto è immortalato in tutta la sua bellezza di cervo maschio di sette anni e 170 chili
Musetto è diventato famoso come le star del cinema di Hollywood da quando ne hanno parlato i giornali e le TV locali 
Da una ventina di giorni vive felice e protetto a Trasquera, piccolo paese dell'Ossola di 200 persone a 1.100 metri dal confine con la Svizzera, nella stalla dell’allevatore ossolano Romeo Manna
E' entrato un giorno in cui la porta era aperta e da allora  non si muove più dalla stalla  Fa solo qualche passeggiata serale, ma poi al mattino torna a «casa», dove trova acqua e fieno in abbondanza
Le forti nevicate delle scorse settimane, il troppo freddo che faceva nei boschi e  il pericolo incombente dei cacciatori di frodo lo hanno spinto a valle, dove ha trovato un rifugio sicuro e l'amicizia di un uomo che gli ha dimostrato affetto 
Musetto è stato fotografato dai numerosi curiosi che arrivano in paese nel weekend e dalle tante famiglie con bambini che sfidano anche il maltempo e la pioggia per vederlo
Chissà se quando la neve si scioglierà deciderà di tornare alla sua vita di animale dei boschi o se invece resterà in quella bella stalla che gli ha salvato la vita ?

domenica 29 settembre 2013

Doveva proprio finire così ?

Tre buste con proiettili spedite alle sedi torinesi di Cgil, Cisl e Uil sono state sequestrate dai carabinieri di via Reiss Romoli. Sono stati indicati anche i nomi dei destinatari, funzionari   dei tre sindacati,  favorevoli alla Tav e responsabili delle categorie degli edili che nel luglio scorso erano andati dal governatore Cota a sollecitare il mantenimento dei cantieri Tav : Lucio Reggiori della Fillea Cgil, di Baveno, Pierluigi Guerrini (Feneal Uil) e Piero Donnola (Filca-Cisl).
All’interno un proiettile calibro 7.65, e poche righe di minacce: “No Tav No Terzo Valico - alzare il tiro pagherete caro pagherete tutto”.
"Quest'ultimo - ha detto Reggiori che è stato ascoltato   dai carabinieri di Domodossola come persona informata sui fatti -- è un vecchio slogan degli Anni '70 della sinistra extraparlamentare che usavo anche io ai miei tempi".
Per Reggiori è la prima minaccia di questo tipo in tanti anni di sindacato: "C'è un clima di terrorismo e questo fa il paio con quel che ha detto il procuratore generale Caselli e che hanno dichiarato i brigatisti in carcere, invitando i No tav a fare il salto di qualità. E' un clima di tensione che non lascia intendere nulla di buono". Alla domanda se è preoccupato Reggiori ha risposto: "Personalmente per me no, ma sono sempre più preoccupato di questo clima, che è pesante nelle zone dove si fanno questi lavori così contestati. Sono preoccupato per tutti i lavoratori più che per la mia persona. Quando manca il rispetto verso la vita umana viene a cadere tutto in democrazia. Negli anni Settanta gambizzavano i giornalisti per potere nuocere fisicamente a chi faceva quel lavoro lì. Io rappresento i lavoratori e oggi si cerca di colpire un simbolo di chi difende i lavoratori, ma ho il timore che anche chi lavora ogni giorno in cantiere possa essere nel mirino".
 Gli investigatori dei carabinieri e la Digos hanno aperto un’indagine, coordinata dal pool anti-terrorismo della procura di Torino.  " da la Stampa TO  e da Ecorisveglio VCO
Dopo le recenti notizie che è stato indagato l'europarlamentare Gianni Vattimo per essere andato ad agosto in carcere a Torino a trovare alcuni No Tav in compagnia di altri due  No Tav, da lui considerati consulenti, e che la Digos ha perquisito la casa di Perino, uno dei No Tav storici della Val di Susa, mi chiedo se le vicende ultra ventennali di rifiuto alla No Tav dovevano proprio finire così
 Sentir parlare di terrorismo, mi fa venire i brividi e mi riporta a quei tristi  anni 70  quando ero a Torino all'università e la città vide morti e feriti vittime innocenti del terrorismo
Anni terribili e sconvolgenti Non ho mai dimenticato quel giorno in cui sono andata in piazza Robilant da una compagna di studi e ancora c'era in un angolo del marciapiede la macchia di sangue del ragazzo ucciso il giorno prima da un terrorista: stava tornando a casa da scuola e si era imbattuto per puro caso in quell'assassino senza pietà che gli aveva sparato perché lo aveva visto bene in faccia
O quel mattino in cui io e la mia amica venezuelana che studiava lingue come me a Palazzo Nuovo avevamo deciso di tornare a casa a piedi passando da via Po, come tante altre volte
Ma quel giorno ci passarono vicino correndo dei giovani con dei tascapane che andavano verso piazza Vittorio. Ci siamo spaventate e ci siamo chieste chi fossero. Poi più su all'angolo con via Roma vedemmo tutte le vetrate di un locale completamente distrutte ... ce ne tornammo a casa scosse e  perplesse. Noi studiavamo e non facevamo politica e non capivamo tutta quella violenza Ma restammo veramente costernate e sotto choc quando scoprimmo in serata che quei giovani esaltati che ci avevano sfiorate erano andati in fondo a via Po a buttare delle bombe in un bar , L'Angelo Azzurro, dove morì un giovane
Sono sempre stata contraria alla Tav  e continuo ad esserlo ma il terrorismo ? Quello proprio NO!
Se avessero ascoltato i valligiani contrari alla Tav  sarebbe stato meglio, molto meglio E si sarebbero usati quei soldi per qualcosa di più utile, come per le scuole per esempio Ma i politici sono sempre più incomprensibili per me e talvolta esasperanti nelle loro scelte  Purtroppo ...
Mi auguro però che quel triste salto di qualità che portò agli anni di piombo non si ripeta proprio in Val di Susa
 

lunedì 9 settembre 2013

Marcia di pace a Omegna

A Omegna sabato sera si è pregato in Collegiata Sant'Ambrogio per la veglia di pace a cui è seguita una marcia silenziosa per dire no alla guerra e in particolare a quella - che pare imminente - in Siria. Rispondendo all’invito del Papa a organizzare una giornata di preghiera e digiuno, a Omegna si sono trovati amministratori locali, semplici cittadini e rappresentanti di varie confessioni religiose. Fedi diverse, ruoli diverse, ma un’unica richiesta: no alla guerra e sì alla pace da La Stampa VCO
Sabato sera io ho seguito in diretta su TV2000 la Veglia di Pace con Papa Francesco a piazza san Pietro. Sono state 5 ore di preghiera, di meditazione, di letture, canti e musiche bellissimi, ma soprattutto di silenzio Un silenzio che mi  ha toccata profondamente  In un mondo dove tutto viene espresso, ovunque ed in ogni momento, con le grida e con il caos, se non con la violenza, papa Francesco è riuscito ad ottenere il silenzio di migliaia di persone e a far meditare nel silenzio
Una veglia unica ed indimenticabile
Grazie papa Bergoglio
Con la speranza che gli uomini recepiscano il suo messaggio di pace e che il mondo diventi veramente un mondo migliore, senza guerre, senza morte, senza armi , un mondo di amore e di serenità nella pace e nel silenzio !
 

martedì 21 maggio 2013

Il Duomo di Milano “in mostra” a Mergozzo

Il Duomo di Milano “in mostra ” a Mergozzo fino a sabato 25 nella chiesa di Maria Assunta. La mostra «Ad usum fabricae. L’infinito plasma l’opera», organizzata nel Vco dalla Compagnia delle opere, in collaborazione con la Camera di commercio, la Fondazione comunitaria, il Cedac e altri enti locali,  è dedicata alla costruzione del Duomo di Milano, durata sei secoli, a cui partecipò un’intera comunità, ed è divisa in tre sezioni con 21 pannelli fotografici e informativi .
L’evento è organizzato proprio nel luogo in cui il Duomo è nato . Infatti una montagna intera  è  arrivata dal Lago Maggiore a Milano.   A Candoglia, abili artigiani contribuiscono ancora  al restauro e alla manutenzione della grande cattedrale italiana
I visitatori avranno la possibilità di vedere un documentario del 1949, recentemente restaurato, del regista Dino Risi intitolato «La fabbrica del Duomo»  al termine del percorso, all’interno della chiesa di Santa Marta, dove di trova anche la base d’altare realizzata con una guglia della cattedrale milanese.
Il titolo della mostra «Ad usum fabricae»    riprende la dicitura impressa sulle pietre che, attraverso il Toce, raggiungevano Porta Ticinese, ed erano svincolate da ogni dazio, per concessione di Gian Galeazzo Visconti.   La prima delle tre sezioni espositive narra l’origine nel 1386 e l’edificazione del Duomo, con le 3600 statue che lo adornano. Nella seconda parte prendono vita i personaggi racchiusi nei registri della fabbrica del Duomo, dove sono annotate tutte le entrate e le uscite e da cui risulta che l’86 per cento del denaro derivasse da donazioni popolari.
La terza e ultima parte spiega il legame tra la città e la cattedrale, che diede lavoro a migliaia di operai, richiamò esperti da tutta Europa che favorirono il fiorire delle botteghe artigiane. 
La mostra è aperta tutti i giorni dalle 14,30 alle 18. L’ingresso e le guide sono gratuiti.

mercoledì 17 aprile 2013

Manifestazione contro i Tagli in Piemonte

E’ in programma per domani  giovedì 18 aprile a Torino la manifestazione regionale promossa da CGIL, CISL e UIL del Piemonte per dire un fermo “no” alla distruzione dei servizi, alla riduzione dei servizi socio assistenziali, allo smantellamento del servizio sanitario e contro lo i tagli al trasporto locale ed al personale.
Le motivazioni, presentate dai tre segretari di CGIL, CISL e UIL che dal VCO hanno organizzato   5 pullman per un totale di 300 persone   per chiedere alla regione Piemonte di avviare una concertazione seria a partire dai Livelli Elementari di Assistenza, ma anche per presentare alcune proposte, sono le seguenti :
 “Si tratta di una iniziativa unitaria – hanno spiegato Beppe Mantovan della CGIL, Luca Caretti della CISL di quadrante e da Franco Borsotti della UIL VCO – con la quale vogliamo manifestare la nostra contrarietà ai tagli proposti dal Governo Cota. Intendiamo anche presentare una serie di proposte proponendo alla regione la necessità di una legge sulla non autosufficienza, all’integrazione socio sanitaria territoriale ed al fine di avviare una politica di sviluppo che sappia fare fronte alla difficile crisi economica che stiamo vivendo. Intendiamo anche ribadire  la nostra netta contrarietà all’utilizzo, da parte della Regione, dei fondi FAS per ripianare la spesa corrente dell’ente regionale.”

domenica 24 marzo 2013

Il Cuore nuovo di Emma

«Emma non è più arrabbiata». Papà Guillermo sorride, accarezzando la figlia appena dimessa dal reparto di Rianimazione dell’ospedale infantile Regina Margherita. La bimba di 3 anni e mezzo sottoposta esattamente una settimana fa al trapianto di cuore - dopo un anno legata a un organo artificiale perchè affetta da una cardiomiopatia dilatativa, patologia incurabile se non con un trapianto- è serena da quando può stare di nuovo tutto il giorno con papà o mamma, dopo l’intervento durato 11 ore.
«Era arrabbiata e nervosa, in rianimazione - racconta il padre - perché né io né mia moglie potevamo rimanere a lungo accanto al suo letto, ma ora è di nuovo contenta, anche perché sa che presto potrà tornare a casa a giocare con la sorellina e con il suo cane Black».
Giorno dopo giorno, la tensione si allenta, come la i medici non hanno ancora sciolto la prognosi: fra una decina di giorni la piccola dovrà essere sottoposta a una biopsia cardiaca per scongiurare il rischio di rigetto, e solo a quel punto si potrà forse dare un tempo preciso al suo ritorno a casa.
È molto debole, Emma, sotto l’effetto di farmaci potentissimi. Debole ma finalmente libera dai tubi e da quella macchina grossa come un condizionatore dell’aria che l’ha fatta vivere, ma l’ha contemporaneamente costretta per 370 giorni a restare chiusa nella sua stanza di isolamento in Cardiochirurgia, dov’è tornata ieri mattina dopo sette giorni di terapia intensiva.
da La Stampa online

 La  storia di Emma è una storia toccante che ha avuto un esito positivo . Infatti parecchie settimane fa avevo letto sul quotidiano la sua storia triste di piccola bimba ammalata, costretta a vivere attaccata ad un grosso macchinario, che però stava per esaurire le sue funzioni. Se Emma non avesse trovato un donatore in tempi brevi, avrebbe anche potuto morire. Era una bimba infelice ed ammalata ed aveva chiesto di poter riabbracciare per una volta almeno il suo amato cane spinone di 24 chili, suo inseparabile compagno di giochi prima di entrare in ospedale. I medici le avevano dato il permesso e Black era stato accompagnato nella sua stanza di terapia intensiva, dove Emma aveva ritrovato il sorriso ed aveva potuto tornare a giocare con il suo cagnone adorato
Non sempre i miracoli succedono, ma questa volta sì. Un bimbo ligure di 5 anni e mezzo è morto per un’encefalite ed i suoi genitori  hanno donato gli organi : il cuore del bimbo è stato dato a Emma in quanto compatibile
 
 La mamma del piccolo donatore ha scritto una bellissima lettera al quotidiano La Stampa e non ci si può non commuovere a leggerla  perchè questa donna che ha perso il suo piccolo, ha avuto il coraggio di pensare ad altri bambini che avrebbero potuto tornare a vivere grazie al suo  non egoismo
 " Due grandi occhi celesti ed intensi che incantavano chiunque li incrociasse, questa era la cosa che colpiva di più di Cesare. Un bel visino con un’espressione dolce che trasmetteva tenerezza.
Era un bambino buono di carattere, Cesare, un po’ capriccioso, a volte, come lo sono i bambini della sua età (cinque anni e mezzo), ma estremamente solare. «Tuo figlio ha sempre il sorriso», mi diceva spesso chi ci incontrava durante le nostre passeggiate.
E poi era vivace, esuberante, sempre di corsa, pieno di gioia di vivere.Eppure ne aveva passate tante quel piccolino, era già stato male altre volte, la prima volta che era finito in rianimazione non aveva ancora sei mesi. Ma aveva combattuto come un leone e ne era uscito.
 Per ben tre volte era riuscito a sconfiggere il suo nemico, una malattia tanto rara quanto sconosciuta, causata da una mutazione genetica che lo predisponeva a pericolose reazioni autoimmuni in presenza del virus anche più banale. Aveva sempre vinto le sue battaglie ed era riuscito a lasciarsi tutto alle spalle, tornando a essere un bambino felice, sereno.
Questa volta no, questa volta non è riuscito a contrastare l’attacco subdolo ed incredibilmente aggressivo del suo nemico, che in pochi giorni se l’è portato via, strappandolo impietosamente ai suoi affetti più cari. Non ce l’ha fatta, Cesare, nonostante i medici abbiano tentato l’impossibile per salvare la sua piccola e preziosa vita.
I giornali hanno scritto che, quando ci hanno chiesto se eravamo disposti a donare i suoi organi, non abbiamo avuto esitazioni nel dare il consenso. Non è vero.
Per me mamma è stata una decisione sofferta. All’inizio ho detto un no secco, categorico. Mi avevano appena comunicato che il mio bambino non ce l’avrebbe fatta, che sarebbe stata solo questione di tempo, forse addirittura di poche ore. Ormai l’attività elettrica del suo cervello era cessata.
Difficile descrivere le emozioni che si sovrappongono nell’animo di una mamma a una notizia del genere. Disperazione, strazio e rabbia, tanta tanta rabbia. E poi il mio piccolino ne aveva già subite troppe in quei giorni, persino un intervento alla testa, una «derivazione» che doveva servire a diminuire la pressione intracranica. Anche questo si era rivelato inutile.
Non volevo che lo toccassero più il mio bambino, volevo solo che lo lasciassero stare in pace. Poi è subentrata la rassegnazione, la consapevolezza che, una volta staccato il respiratore, tutto sarebbe finito e il suo cuoricino avrebbe cessato di battere per sempre. Così, mio marito e io ne abbiamo parlato con calma e abbiamo pensato che forse quello di donare i suoi organi era l’unico modo per dare un senso alla nostra enorme tragedia, l’unico modo per non perdere Cesare totalmente e permettere che una o più parti di lui continuassero a vivere, nonostante tutto.
 Abbiamo ripensato a un articolo che solo un paio di giorni prima avevamo letto sul giornale, mentre eravamo nella sala d’aspetto della Rianimazione. Parlava di una bimba, non ricordavamo né il nome né dove era ricoverata, ma ricordavamo perfettamente che viveva attaccata a un cuore artificiale e che aveva ancora poco tempo a disposizione. Abbiamo pensato a quanti bambini potevano essere in quel momento nella stessa situazione e a quanti genitori stavano vivendo il nostro stesso dramma. Abbiamo deciso di dire sì.
Il nostro Cesare non c’era più e non sarebbe più tornato, ma grazie a lui altri bambini altrettanto sfortunati avrebbero potuto avere almeno una possibilità. Perché negargliela? In fondo il nostro bambino nella sua breve vita ha avuto la possibilità di essere felice; è stato immensamente amato, ha potuto assaporare la gioia di correre, giocare, divertirsi, essere libero.
Ora il nostro pensiero va a quei bambini che hanno ricevuto i suoi piccoli ma importantissimi doni. Ci auguriamo di cuore che grazie a Cesare possano cominciare una nuova vita, una vita che permetta loro di correre verso la felicità, proprio come faceva lui. "

mercoledì 6 marzo 2013

Uo sciopero di 70 anni fa


A  Mirafiori,  la rivolta operaia e lo sciopero delle fabbriche torinesi  del marzo 1943, con le  rivendicazioni economiche e l' opposizione al regime, diventarono  la prima mobilitazione di massa che portò successivamente alla Resistenza
La protesta nacque in una città piegata dai bombardamenti e dalla fame,  dove però la classe operaia non fascista  non ebbe alcuna paura
 Lo storico inglese Tim Mason ha definito quegli scioperi  « il primo atto di resistenza di massa di un popolo assoggettato a un regime fascista autoctono »  .
Dopo tanti anni ben pochi conoscono o ricordano gli scioperi di Torino  ma la storia di come si svolsero  è stata raccontata   da testimoni diretti come Umberto Massola, con il suo libro «Marzo’43, ore 10», Leo Lanfranco, Vito Damico e molti altri
Lo sciopero venne fissato per venerdì 5 marzo 1943 e la sospensione del lavoro doveva avvenire alle 10, al suono, come ogni giorno, della sirena d’allarme. 
Ma nel cuore industriale della città,  la sirena non suonò perchè la direzione era stata preavvisata.
Il contrattempo però non fermò la lotta e  all’officina 19 la fermata partì   pochi minuti dopo. Augusto Bazzani. che lavorava nel settore aeronautico della Fiat, raccontò che : «Il segnale non è azionato, ma gli operai smettono di lavorare e vanno verso l’uscita. Il caporeparto li richiama, ma non è degnato neppure di uno sguardo».
E Carlo Peletto, che era alla Fispa,  ricordò: «Noi abbiamo scioperato l’8 marzo. Non avevamo la sirena; si decise che il segnale lo avrei dato io fermando il mio tornio e girandomi verso i compagni di lavoro.  Fermai le macchine, mi girai e incrociai in un sol colpo gli occhi di tutti che mi puntavano: dopo pochi secondi tutte le macchine erano ferme». 
Come ricordano molti storici, la grande capacità dell’organizzazione comunista fu quella di veicolare in città la notizia della riuscita della manifestazione di Mirafiori, simbolo della resistenza operaia, tanto che il lunedì successivo 8 marzo lo sciopero riprese e si diffuse in gran parte delle fabbriche torinesi per poi  raggiungere il resto del Piemonte e arrivare a Milano. 
Come ricorda Roberto Finzi, nel suo libro «Marzo 1943 - Un seme della Repubblica fondata sul lavoro» (Clueb, Bologna) quell’anno 1943 fu un anno si svolta perchè  il 2 febbraio i sovietici vinsero a Stalingrado e il 9 febbraio gli americani a Guadalcanal. 
 Per l’Italia fu invece l’anno della caduta del fascismo, della successiva invasione nazista,  della repubblica di Salò e  della nascita della Resistenza, di cui sicuramente gli scioperi del marzo, che per metà mese  coinvolsero, per difetto, secondo  il regime fascista, 40 mila operai, furono l’inizio.
Gli operai chiedevano una indennità di carovita e il pagamento a tutti delle 192 ore di sfollamento, rivendicazioni economiche che si intrecciavano alla ripulsa della guerra e del fascismo, che furono duramente  pagati con  164 arresti e 37 deferiti al tribunale speciale. 

sabato 16 febbraio 2013

Ex Enichem, opportunità della bonifica

Alle ore 9,30   di oggi sabato 16 febbraio al Centro culturale «Massari» di Pieve Vergonte, a pochi passi dallo stabilimento Tessenderlo (ex Enichem), è iniziato il convegno  Cgil  per parlare delle opportunità e  delle possibili ricadute positive  che la bonifica, che partirà fra pochi mesi a Pieve Vergonte, potrà portare al territorio
Dieci anni di lavori , con  un intervento da 150 milioni di euro, sono per l’Ossola molto importanti anche dal punto di vista finanziario, non solo ambientale.

Lo stabilimento chimico di Pieve Vergonte è nato negli anni  1915 - 1920 nell'allora comune di Rumianca, diventato nel 1928, insieme a Fomarco, l'attuale Pieve Vergonte, e aveva due linee di produzione, quella del  cloro-soda e quella dell'acido solforico, con forni di arrostimento di pirite.
La crescita e l'importanza dello stabilimento è però avvenuta di fatto nel secondo  dopoguerra quando  furono aggiunte nuove linee di produzione: dal cloro-soda con celle Krebbs all' oleum, dall' acido clorosolfonico  all' ammoniaca sintetica da cracking di metano, al solfuro di carbonio, al cloralio, al DDT, all'aacido ossalico, all'acido formico,ai fertilizzanti a base di N-P-K, mono e diclorobenzeni, al solfato ammonico e altetracloruro di carbonio
A partire dagli anni sessanta ci fu una parziale riconversione delle linee di produzione che fece cessare, nel 1965, la produzione del solfuro di carbonio e, nel 1972, quella dell'acido formico e l'arrostimento della pirite. Negli anni successivi venne fermata la produzione di ammoniaca, di acido ossalico e solfato ammonico (1975), dei fertilizzanti (1976) e del tetracloruro di carbonio (1990); nel 1974 è inoltre cessata la lavorazione del cloro-soda per mezzo delle celle Krebbs.
Vennero però aggiunti nuovi impianti e nuove linee di produzione per sostituire le precedenti: impianto di elettrolisi con celle De Nora ad amalgama e nuovo impianto di  mono e diclorobenzene (1961), forno a zolfo per acido solforico (1972), mono e diclorotolueni (1985), termocombustore (1993) e abbattitore Sox (1994).
Quando lo stabilimento venne fondato era di proprietà della società Chimica dott. Vitale, che incentrò le produzioni sul cloro; dal 1920 al 1924 la gestione del sito passò poi alla SNIA, che sviluppò la produzione di clorurati organici, a cui  subentrò poi la società Chimico Mineraria Rumianca, diventata Rumianca S.p.A. nel 1941. Nel 1967 la Rumianca venne quindi assorbita dalla SIR e nacque il gruppo SIR-Rumianca.
A seguito della crisi irreversibile del gruppo,  il legislatore decise, con la Legge 28 novembre 1980 n.784, il passaggio di proprietà al gruppo ENI in data 9 dicembre 1981  

Nei primi mesi del 1996 una rilevazione fatta dal Laboratorio Cantonale di Lugano (Svizzera) sulle acque del Lago Maggiore denunciò un'allarmante presenza di DDT nei pesci del bacino e venne di conseguenza messa gravemente in discussione la produzione di questa sostanza che, insieme ad altre rifiuti di scarto come il mercurio, veniva regolarmente scaricata nel torrente Marmazza, da dove poi finiva  nel fiume Toce e quindi nel lago.
L'11 giugno 1996 le autorità italiane effettuarono  analisi sui pesci, trovando una contaminazione che superava i limiti di legge e vietarono la pesca e il consumo di pesce locale  in tutto il bacino del lago Maggiore.
Il 17 giugno 1996 il Ministero dell'Ambiente bloccò provvisoriamente lo scarico idrico dell'impianto DDT e ordinò la rimozione e lo smaltimento dei rifiuti giacenti, comprese le ceneri di pirite, la messa in sicurezza dei siti di immagazzinamento, il monitoraggio delle acque superficiali e sotterranee, del suolo e del sottosuolo. Furono quindi istituite due commissioni di analisi che portarono alla chiusura definitiva dell'impianto di produzione del DDT in data 17 aprile 1997.
La sospensione della produzione del DDT portò, il 30 giugno 1997, alla conseguente chiusura delle linee produttive del cloralio  e dell'acido clorosolfonico.
A seguito poi del piano di ristrutturazione presentato dall'EniChem nel 1991, che prevedeva, tra i vari punti, l'uscità dal settore della chimica secondaria e fine, il 1º luglio 1997 gli impianti produttivi sono passati dall'EniChem alla società belga Tessenderlo Italia Srl.
Attualmente, dell'intero stabilimento originario, è attiva solo una parte, gestita appunto dalla Tessenderlo ma i terreni, come quelli dell'area rimanente dismessa, sono tuttora di proprietà dell'EniChem.
Oltre all'inquinamento da DDT tutta l'area dello stabilimento è  inquinata  per la grande attività lavorativa della fabbrica negli ultimi 100 anni, in   particolare il terreno e le falde acquifere limitrofe,   pesantemente contaminate da mercurio, arsenico, cloroderivati e simili.

domenica 27 gennaio 2013

Liliana Segre

Il rumore sordo del passaggio dei treni è stato lo sfondo musicale di quel luogo enorme e doloroso che è il nuovo Museo della Memoria, un lungo tunnel in penombra e cemento armato, proprio sotto i binari della Stazione Centrale.
«Un rumore che dovete ascoltare, è il rumore che sentivamo noi, ammassati nel buio di questi stanzoni». Con queste parole di Liliana Segre, 82 anni, sopravvissuta all'Olocausto e ad Auschwitz,  sembra di camminare tra quei vagoni piombati che aspettavano minacciosi sui binari morti

Aveva 13 anni Liliana quando una mattina di dicembre venne prelevata da casa insieme a suo padre per essere portata al quinto raggio di San Vittore. Lei  tornò indietro. Suo padre, no, come milioni di altri uomini, ebrei, rom, testimoni di Geova, omosessuali, soldati, antifascisti e antinazisti
 «Avevamo già passato tanti spaventi, la fuga, la cattura. E poi la carcerazione a San Vittore, così vicino a casa mia. Io ero nata in via San Vittore. Eravamo 5-600 in quei raggi del carcere. Un pomeriggio entrò un tedesco con la lista dei nomi. Sentii il mio, io ero nella cella 202. Ci guardavamo in faccia: anche tu? Anche tu? E non avevo il coraggio di guardare la faccia di mio padre. Non è possibile: siamo italiani, siamo nati qui e ci faranno partire...Eravamo in 500; pensate a questa umanità di madri, bambini, nonni, uomini che esce da San Vittore tra i saluti meravigliosi dei detenuti e della loro infinita umanità, per salire maltrattata sui camion che ci avrebbero portato fin qui, in Stazione Centrale, al binario 21. Si arrivava qui, proprio qui, dove ero venuta tante volte per partire e andare al mare o in campagna, tutti ammassati nel buio, impauriti...Ma non erano solo le Ss che spingevano o urlavano, c’erano anche tanti italiani, i repubblichini, i più zelanti, brutali, pronti a farsi vedere efficienti dai loro alleati.
Poi ci spingevano e dal buio uscivamo in stazione per salire su questi vagoni che venivano sprangati dall’esterno. Immaginatevi come eravamo ammassati, con poca paglia sul pavimento e un unico secchio immondo per i nostri bisogni, che la paura riempiva in fretta. ..
Ma perché degli uomini hanno fatto questo a dei bambini, anziani, donne incinte? Perché a dei nonni, dei malati, facevano questo? La loro colpa era quella di essere nati.

E così è cominciato quel viaggio verso Auschwitz che io non sapevo nemmeno dov’era. Un viaggio che non parte da qui ma da molto prima di qui. E’ cominciato dalle cancellazioni dei nostri nomi dagli elenchi telefonici, dalle espulsioni dalle scuole, dall’indifferenza.....

Il treno parte e noi vediamo passare città conosciute fino a quando, dopo una settimana, arriviamo ad Auschwitz. Ma come si può immaginare che dalla mia città si arrivi in un luogo del genere? Come si può immaginare tutto questo? E lì è cominciata un’esistenza dove ti dicono “vivrai finché lavorerai”, e tu non sai come ma sopravvivi, diventi scheletro e davanti a te vedi le ciminiere dei forni...Lo sentite questo rumore, questo treno che passa...Ci faceva paura. E’ il rumore giusto per questo posto. Ricordatevene. A me fanno pena quelli che negano, che non ricordano. I promotori della bugia e della menzogna. Ascoltatelo questo rumore.
Poi, dopo tante storie passate là dentro, in fondo tutte senza senso, ti accorgi che stranamente ce la fai, ce l’hai fatta. E torni, da sola. Nella Milano degli indifferenti. Io incontravo le amiche, le mie ex compagne di classe che mi chiedevano: “Ma come mai? A un certo punto sei sparita, non ti abbiamo vista più...”.
Oggi ho 82 anni e francamente non credevo che sarei riuscita a vedere questo luogo, questo Museo della Memoria. Io non ho più parlato per più di 40 anni di quello che mi era successo. Poi, 10 anni fa, abbiamo deciso questa sfida, abbiamo deciso che era giusto ricordare. Non è stato un percorso facile o in discesa. Ma sei milioni di morti potevano essere dimenticati se non si fosse voluto costruire un luogo del genere. 
E adesso, ognuno di voi cerchi per un secondo di immedesimarsi in ognuna di quelle persone, di quei 605 milanesi che furono deportati per la sola colpa di essere nati». Era un giorno freddo, un giorno così. «Era il 31 gennaio del 1944». 
 
Le bellissime e commoventi parole di Liliana sono la testimonianza di una sopravvissuta ebrea
Ma come lei e come tutti i sopravvissuti ebrei sopravvissuti non possono dimenticare, anch'io non dimentico, non riesco a dimenticare. Penso spesso a quei vagoni piombati che non portarono solo gli ebrei Su quei vagoni viaggiò anche mio padre con gli altri soldati italiani catturati poco tempo dopo l'8 settembre 43.  E spesso mi immedesimo in lui e negli altri e immagino quei giorni sconvolgenti in un carro bestiame fino in Polonia, a Bialistok prima, a Buslau poi, e poi a Gorlitz, sempre nelle miniere E dopo il luglio 44 tutti gli altri lager , tutti gli spostamenti e i bombardamenti e i cani e i nazisti ...
Un incubo incredibile e poi il ritorno nel settembre 45 e l'indifferenza e l'incredulità di chi non credeva a quei racconti inverosimili  E allora il silenzio Il cercare di dimenticare E gli incubi notturni rimasti nel tempo ad impedire l'obblio di quegli orrori
Ho conosciuto Liliana Segre attraverso le parole dei suoi libri e dei filmati delle Giornate delle  Memoria degli anni scorsi  Una donna coraggiosa e tenace A lei che ammiro moltissimo voglio dire solo che l'indifferenza degli Italiani non fu riservata solo agli ebrei , ma anche a tutti gli IMI che tornarono dai campi nazisti, sopravvissuti alla follia di Mussolini edi  Hitler ed i tanti troppi fanatici seguaci di due regimi assurdi e terrificanti
Per non dimenticare Mai E per non perdonare nè il fascismo nè il nazismo che causarono tanto dolore tanto orrore e tante morti innocenti

Mussolini secondo Berlusconi

Oggi è la Giornata della Memoria Il 27 gennaio 1945 i soldati russi entrarono nel campo di sterminio di Auschwitz e vi trovarono l'orrore
Su Rai News ho seguito il toccante discorso di Liliana Segre a Milano all'inaugurazione del Museo della Memoria al binario 21, alla stazione centrale
Ma ho ascoltato anche quello che ha detto Berlusconi e ho letto gli articoli online de La Stampa
" Arriva, non invitato, per l’inaugurazione del primo museo della Shoah di Milano e subito la tensione sale. Soffermandosi proprio davanti alla parola scelta per significare l’origine dell’Olocausto, «indifferenza», Silvio Berlusconi questa mattina è riuscito a dire ciò che non andrebbe mai detto, vieppiù a una commemorazione così profonda e commovente come quella che ricorda lo sterminio degli ebrei da parte dei nazifascisti: «Per tanti versi Mussolini aveva fatto bene ma il fatto delle leggi razziali è stata la peggiore colpa». 
Come se si trattasse di un dettaglio qualsiasi, un incidente di percorso: sei milioni di persone deportate e uccise in tutt’Europa, di cui, come ricorderanno poco dopo gli esponenti della comunità ebraica milanese, 600 solo a Milano. Ma Berlusconi non demorde, la colpa, spiega, fu tutta della sciagurata alleanza con Hitler. L’Italia, dice, «non ha le stesse responsabilità della Germania ma ci fu una connivenza che all’inizio non fu completamente consapevole». Di più: « L’Italia preferì essere alleata con la Germania di Hitler piuttosto che contrapporvisi e dentro questa alleanza ci fu l’imposizione della lotta contro gli ebrei». Avesse ascoltato prima la toccante testimonianza di Liliana Segre, 82 anni, deportata quando aveva 13 anni insieme a suo padre ad Auschwitz, forse il Cavaliere si sarebbe morsicato la lingua.
Ovviamente le parole di Berlusconi, che all’uscita dal museo ha subito una durissima contestazione da parte dei numerosi esponenti della comunità ebraica ancora in fila, hanno scatenato un putiferio nel mondo politico.
Durissima la posizione del presidente dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane Renzo Gattegna: «Le dichiarazioni appaiono non solo superficiali e inopportune, ma, là dove lasciano intendere che l’Italia abbia deciso di perseguitare e sterminare i propri ebrei per compiacere un alleato potente, destituite di senso morale e di fondamento storico». «Le persecuzioni e le leggi razziste antiebraiche italiane, come è noto, hanno avuto origine ben prima della guerra e furono attuate in tutta autonomia sotto la piena responsabilità dal regime fascista, in seguito alleato e complice volenteroso e consapevole della Germania nazista fino a condurre l’Italia alla catastrofe. Furono azioni coerenti nel quadro di un progetto complessivo di oppressione e distruzione di ogni libertà e di ogni dignità umana».  

La Germania ha «una responsabilità permanente per i crimini del nazionalsocialismo» ha detto la cancelliera tedesca Angela Merkel in vista dell’80° anniversario dell’arrivo al potere di Adolf Hitler in occasione del “Giorno della memoria”.
«Naturalmente, abbiamo una responsabilità permanente per i crimini del nazionalsocialismo, per le vittime della seconda guerra mondiale e, anzitutto, anche per l’Olocausto», ha detto la Merkel in un podcast pubblicato sul suo sito Internet, quando mancano tre giorni all’anniversario - mercoledì - della salita al potere di Hitler il 30 gennaio 1933.
«Dobbiamo dire chiaramente, generazione dopo generazione, e dobbiamo dirlo ancora una volta: con coraggio, il coraggio civile, ognuno, individualmente, può impedire che il razzismo e l’antisemitismo abbiano alcuna possibilità», ha aggiunto. «Noi affrontiamo la nostra storia, non occultiamo niente, non respingiamo niente - ha concluso -. Dobbiamo confrontarci con questo per assicurarci di essere in futuro un partner buono e degno di fede, come del resto lo siamo già oggi, fortunatamente»
  "
 
Perchè gli hanno permesso di recarsi alla manifestazione ? Perché deve sempre parlare ? Il fascismo è stata una dittatura ventennale e Mussolini è stato un dittatore Grazie a lui e alla sua follia l' Italia ha subito la guerra mondiale con tanti giovani italiani morti in Africa, in Russia e in Italia e la guerra civile tra partigiani e repubblichini
Grazie a Mussolini i nostri padri hanno subito i lager nazisti e tutto l'orrore dei campi di concentramento
Grazie a lui e ai fascisti E oggi , dobbiamo risentire questo pazzo che elogia il Duce e quello che ha fatto Vergognoso e indegno , veramente indegno e disgustoso !!!

lunedì 3 dicembre 2012

Goti Bauer

" Ieri alla Casa della Cultura di  Milano si è svolto un convegno dell´ANED ( associazione nazionale ex deportati  )
Si trattava del 7.mo incontro Figli-Nipoti per la trasmissione della memoria.
C´era, tra gli altri, anche Goti Bauer."

Goti Bauer fu arrestata in provincia di Varese, sul confine svizzero, a causa del tradimento dei “passatori”, il 1°maggio 1944. Deportata a 20 anni ad Auschwitz insieme ai genitori e al fratello, il 16 maggio 1944, fu liberata a Theresienstadt l’8 maggio 1945, unica sopravvissuta della sua famiglia
Nel sito  binario 21  si può leggere la sua toccante testimonianza
Le parole di Goti che io ho trovato più significative sono queste :
"  Il secolo appena concluso, oltre che per le straordinarie conquiste scientifiche e tecnologiche, passerà alla storia per gli efferati crimini che vi si sono commessi.
Dovrà essere ricordato per le deportazioni politiche, per i gulag dell’Unione Sovietica, per le innumerevoli stragi compiute in ogni dove. Ma dovrà essere ricordato soprattutto per la Shoah, lo sterminio degli ebrei d’Europa che, nella sua tragica specificità, non è comparabile agli altri, pur orrendi delitti.
Credo che nessuno meglio di noi superstiti possa comprendere e condividere la sofferenza di chi, privato della propria dignità, è stato sottoposto a umiliazioni e torture, eppure nessuno meglio di noi conosce la tremenda diversità della nostra condizione.
Ho sempre invidiato chi ad Auschwitz è arrivato da solo, spesso in conseguenza di una coraggiosa scelta di vita, chi non ha vissuto lo strazio della perdita dei genitori, dei figli, dei fratelli, e ha potuto sopportare quell’inferno nella certezza di ritrovare, se fosse tornato a casa, il conforto e l’affetto dei suoi cari.
A noi questa speranza non è stata concessa: dopo l’arrivo siamo rimasti soli e da soli abbiamo affrontato, in quella babele di lingue e di miserie, il terrore di ripetute selezioni insieme all’eterna minaccia: “Da qui uscirete solo Durch den Kamin, attraverso il camino”.
Noi sulla rampa di Birkenau abbiamo visto scaricare dai vagoni famiglie intere e non abbiamo potuto soccorrere migliaia di bambini che, con una bambolina o un orsacchiotto in mano, venivano spinti verso la camera a gas. È uno dei tanti dolorosi ricordi che ci accompagneranno per il resto dei nostri giorni. "

" Avevo 14 anni quando nel 1938 la nostra vita che, fino ad allora era stata perfettamente integrata nella società, fu sconvolta dalle leggi razziali. Leggi che ci privarono da un giorno all’altro dei più sacrosanti diritti civili, quelli che consentono ai giovani di frequentare le scuole, ai loro padri di esercitare le loro professioni.
Vivevo a Fiume con i miei genitori e un fratello di 12 anni. Fummo emarginati: solo pochi ci dimostrarono solidarietà mentre la maggioranza della popolazione fu del tutto indifferente al dramma che stavano vivendo. Per opportunismo o per totale insensibilità era più comodo far finta di non vedere, adeguarsi alle disperazioni governative.Nel 1943, quando dopo l’8 settembre i tedeschi invasero l’Italia ed estesero qui da noi le loro leggi antiebraiche, la nostra condizione divenne tragica. Si veniva arrestati per strada, spesso denunciati da ignobili individui che, pur di intascare la squallida taglia che c’era su ogni ebreo, non si ponevano problemi di coscienza. .."

domenica 25 novembre 2012

Giornata Internazionale contro la violenza alle Donne

“La Giornata Internazionale del 25 novembre, indetta dall’ONU contro la violenza alle donne, obbliga ogni organizzazione, istituzione e ciascuno di noi ad interrogarsi ed a prendere coscienza sulla realtà drammatica e crescente della violenza sessuale e fisica contro le donne, diffusa e in crescita anche nel nostro Paese, come confermano gli studi e le ricerche e testimoniano anche i sempre più frequenti efferati delitti ai danni di donne inermi.
Una realtà che evidenzia il permanere di una cultura di possesso, dominio e sopraffazione nei confronti delle donne ancora fortemente presente, vissuta da molti uomini anche come reazione e ribellione alla mutata soggettività delle donne e alla loro aspirazione a rapporti umani basati sul rispetto, la parità di diritti e doveri, la dignità di ogni persona. E’ una realtà che gli studi rivelano esistere in prevalenza all’interno della famiglia e dei rapporti di coppia, ma che si manifesta anche nel fenomeno diffuso della tratta delle schiave del sesso provenienti dai Paesi del Sud del mondo o nella violenza sottile e insidiosa dell’immagine femminile diffusa dai media e nella pubblicità, che spesso riducono la donna a puro corpo da usare." da  LA SEGRETERIA NAZIONALE ANPI

L’ANPI ha posto a fondamento del suo impegno i valori universali dell’antifascismo, della libertà e della democrazia, che si concretizzano innanzitutto nel rispetto della persona umana e nel riconoscimento della sua dignità e dei suoi diritti. Antifascismo significa  dunque rifiuto di ogni cultura e pratica basata sulla prevaricazione, sopraffazione, umiliazione della dignità di ogni essere umano, della sua integrità fisica e morale, ed in particolare sul rifiuto del “machismo” che è stato tipico del fascismo.
Ma ognuno ed ognuna di noi, anche noi donne non più giovani ormai, pur non appartenendo alla generazione delle donne della resistenza, di cui siamo le figlie, dovrebbe battersi, in ogni ambito del suo vivere quotidiano, casa, lavoro, amicizie o altro, contro questo tremendo aspetto tipico della cultura e della pratica  quotidiana di troppi uomini, che è la violenza sulle donne, siano esse compagne o colleghe, vittime comunque e in ogni caso.
L’obiettivo e l’impegno di una società civile libera giusta e democratica dovrebbero essere quelli di  creare nei rapporti tra uomini e donne comportamenti basati sul rispetto, sull’ascolto ed il riconoscimento reciproco, che sono anche i principi ed i valori cardine della Costituzione repubblicana.
 E' , secondo me, questa la  battaglia più importante che le istituzioni, la scuola e i singoli cittintadini dovrebbero intraprendere con sempre più forte e fattivo impegno
In Italia dall'inizio del 2012 ad oggi sono state brutalmente ammazzate più di 100 donne, dai mariti, dagli ex partner, dai padri, dai fratelli.... Un orrore senza fine, inconcepibile di una società evoluta e civile
Ed è ancora più terribile vedere in TV programmi come Amore criminale, che è ripreso da due settimane in prima serata sui Rai3 al venerdì. Storie di donne vittime di violenze e di stalking che hanno avuto la forza di denunciare i loro carnefici dopo aver subito violenze fisiche e psichiche indicibili, ma anche storie di donne uccise dai loro uomini in modo atroce. I racconti dei figli, delle sorelle o dei fratelli, dei genitori e degli amici ed amiche, il loro dolore nel ricordare i lunghi calvari delle vittime di violenza e l'impotenza di fronte ad essa fino agli omicidi finali sono la parte peggiore del programma ma dimostrano che in Italia si deve fare ancora molto per impedire tale violenza incontrollata ed inaudita. Così come  le condanne miti a questi assassini  ( 14, 16 18 anni non di più perchè hanno patteggiato ) sono un affronto alle vittime ed alle loro famiglie, che ancora patiscono l'orrore ed il dolore per ciò che è stato fatto alle vittime e a tutti loro

L'ultimo superstite

Ieri pomeriggio ho accompagnato mia mamma ad una cerimonia funebre nella chiesa parrocchiale  a Crusinallo. Erano tante le persone presenti che, insieme agli ultimi partigiani ancora in vita, hanno assistito al funerale di  Gianni Spadazzi , classe 1925, l'ultimo superstite della Battaglia di Megolo.
Come ha ricordato il partigiano Patera, in un commovente discorso finale all'amico  Giannino, Spadazzi salì a soli diciannove anni a Inuggio, in Valle Strona, con i fratelli Di Dio e il 13 febbraio 1944 combatté a Megolo, in Val d'Ossola, con il Capitano Beltrami e gli altri ribelli della divisione partigiana contro i nazifascisti .  Si salvò e continuò a combattere nella divisione Beltrami fino alla fine della guerra
Ormai sono rimasti in pochi i resistenti di quel triste e doloroso periodo di storia, quando tanti giovani uomini e donne combatterono, in tutti i modi possibili, per la libertà della nostra patria e la memoria storica resta nel ricordo dei figli, che hanno vissuto con loro, anche se non sempre loro hanno voluto raccontare tutto ciò che hanno vissuto e subito in modo così atroce
Nell'articolo di ieri de La Stampa Vco il figlio di Spadazzi, Massimiliano, ha dichiarato : " Mio padre ha vissuto lavorando e costruendosi la famiglia, era vicino all'Anpi nelle commemorazioni, per il resto ha vissuto in silenzio il suo ricordo. Uno alla volta negli anni ha visto spegnersi i suoi più cari amici, che con lui avevano condiviso quelle battaglie.  Noi abbiamo fatto sempre molte domande, lui ci ha raccontato qualche aneddoto ma voleva tenere chiusa quella parte di memoria troppo dolorosa. Gli incubi notturni lo hanno accompagnato fino alla fine"
Quegli incubi così dolorosi hanno accompagnato tutti loro, anche quelli che, militari, si ritrovarono dopo l'8 settembre 1943, prigionieri IMI dei nazisti nei campi di concentramento, come mio papà, che sempre fu accompagnato nei suoi sonni notturni dagli incubi dei terribili ricordi e delle terribili esperienze subite nei lager nazisti di Polonia e Germania per due lunghi anni. Anche lui ne parlò sempre molto poco e cercò di dimenticare, a differenza di mia mamma che spesso ricorda e che molto recentemente ha raccontato tanti momenti di quella resistenza alla figlia di un altro partigiano, morto recentemente. che fu suo vicino di casa e amico di infanzia.
Troppo spesso in questi ultimi anni il fascismo ed il nazismo sono stati raccontati in modo distorto e si è cercato e si cerca di edulcorarli ma la verità è ben diversa. La crudeltà e le atrocità nazifasciste sono state tante e qui da noi c'è ancora chi le ricorda bene, ben vive, indelebili  ed angoscianti nella loro memoria di quasi novantenni

sabato 3 marzo 2012

La nascita dell' 8 marzo in Italia

" Raramente si ricorda quando e come nasce in Italia la festa dell’8 marzo: festa che, più precisamente, rinasce, dopo che il fascismo e la prima guerra mondiale l’avevano cancellata.
La prima volta si svolge in una Roma da pochi mesi tornata alla libertà e alla pace, mentre metà Paese è ancora impegnato in una feroce guerra contro l’occupazione tedesca e la repubblica di Salò sua alleata e complice. Molte donne, rompendo tradizioni e costumi millenari, sono con i partigiani, in montagna e ovunque nelle città e nei piccoli paesi. Partecipano a scioperi contro la guerra, la fame, la mancanza di combustibili.
Clandestinamente, sfidano gli occupanti portando mimose sulle tombe dei Caduti per la libertà.
Vogliamo ricordare questo atto di nascita perché lì stanno le radici di quei movimenti che lungo gli anni sono riusciti a conquistare la piena cittadinanza e tutti quei diritti civili che hanno portato le donne ad entrare nella vita, almeno formalmente, con le stesse opportunità degli uomini. Sottolineiamo “formalmente”, perché nella realtà quotidiana trovare lavoro, percorrere una carriera, crescere i figli (e in molti casi persino decidere di metterli al mondo), sono tornati ad essere ostacoli durissimi mentre i salari molto distanti da quelli ricevuti dagli uomini . E mentre è di buon augurio il fatto che per la prima volta tre donne siano entrate nel nuovo governo per ricoprire incarichi di primo livello, tante donne competenti e appassionate al loro lavoro che ogni giorno si incontrano nei luoghi più disparati, continuano ad avere una rappresentanza insignificante là dove si esercitano ruoli di direzione nelle più varie attività.
Infine, ciò che più allarma, è la persistenza di un’idea della donna come corpo e bellezza quale principale mezzo vincente per avere successo nella vita. I modelli velenosi sparsi negli ultimi anni in ogni modo per convincere le ragazze che l’uso del corpo è il fondamento di ogni strategia per farsi strada nella vita e ottenere rapidamente riconoscimenti e ricchezza, sono penetrati profondamente nel costume, nell’inconsapevolezza della perdita di dignità e libertà che queste scelte comportano.
L’ANPI ha tra i suoi iscritti molte donne che sono state in prima fila nella Resistenza come nei movimenti che hanno accompagnato e talvolta guidato le conquiste di questi settant’anni. Oggi, allarmata per l’incerto futuro che si prospetta alle giovani generazioni, vuole ricordare a chi si appresta a progettare il proprio avvenire, che la generazione protagonista della Guerra di Liberazione e della ricostruzione, si trovò a fare i conti con macerie materiali e morali non meno pesanti delle attuali, e che tuttavia riuscì a rimettere in piedi l’Italia attraverso un impegno personale e collettivo senza precedenti.
L’ANPI lavora perché questo tessuto connettivo si ricostituisca e continua ad essere impegnata, accanto a tutte le donne che reagiscono a questo stato di cose, perché riprenda il cammino iniziato tanti anni fa, con tante speranze.
Il COMITATO NAZIONALE ANPI "
Ringrazio l'amica Daniela Roman che mi ha inviato questo messaggio dell'Anpi, associazione nazionale Partigiani d'Italia, che pubblico con estremo piacere E' una riflessione profonda dedicata alle donne, a tutte le donne
In particolare il mio pensiero speciale va a quelle donne, spesso non giovani, "le ciambornie" ultrasessantenni, che in questi giorni hanno partecipato alle disubbidienze civili antiTav in Val di Susa, occupando l'autostrada con coraggio e determinazione , per un'idea di libertà e di futuro ben diversa da quella dei politici e dei governanti che pensano solo ed esclusivamente ad interessi pecuniari effimeri e dannosi( comprese a quanto pare anche le nuove ministre che guadagnano 7 milioni di euro all'anno !!! ), e che si sono prese, pure loro, le manganellate e le botte dei celerini mandati a militarizzare la Valle di Susa
Come se i Valsusini fossero tutti dei criminali o dei terroristi ... comprese le loro donne, nonne, madri, figlie e mogli.
- La foto del post è di ericablogger. Si prega cortesemente di non copiarla, di non salvarla e di non usarla per nessun motivo Grazie -